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Aaltonen, un genio incompreso

Mika Aaltonen divenne famoso per un gol segnato all’Inter in Coppa Uefa con la maglia del Turun Pallousera, che gli valse l’ingaggio da parte dei nerazzurri. Nella stagione 1988-89 fu prestato al Bologna di Maifredi, dove giocò soltanto tre partite. Calcisticamente non ha lasciato un grande ricordo sotto le Due Torri e in Italia, ma in realtà già allora si stava preparando per diventare uno dei più apprezzati economisti a livello internazionale. Oggi vive in Finlandia. Ecco l’intervista ad Aaltonen pubblicata oggi sulle pagine del Qs-Il Resto del Carlino, edizione di Bologna. 

L’UOMO DEL PASSATO, nel presente è un futurologo. A 48 anni Mika Aaltonen è un docente universitario al dipartimento di Scienze Tecnologiche di Helsinki, dirige il progetto Strax, che studia le dinamiche dell’economia mondiale, è membro del progetto ‘Millennium’ delle Nazioni Unite e può parlare allo Speakers Forum con un certo Bill Clinton. Insomma, più un genio che un ex calciatore.

Aaltonen, che ricordi ha di Bologna e dell’Italia?

«Il vostro Paese è uno di quelli che hanno dato di più al resto del mondo per quanto riguarda cultura, scienza ed economia. E Bologna è stata il cuore di questo sviluppo, con la sua Università, per oltre 900 anni. Quando ero a Bologna, passavo gran parte del mio tempo libero con Massimo Bonini e Ivano Bonetti, mi hanno fatto scoprire quello che l’Italia può offrire. Stavo anche con Rubio e la sua famiglia, Hugo era molto divertente».

E l’Inter che cosa significò, per lei?

«L’Inter è la Scala del calcio, storia e leggenda. E’ stata una grande fortuna incontrare Giovanni Trapattoni, uomo di grande integrità e costante fonte di ispirazione. Lo stesso comportamento che avevano Giuseppe Bergomi e Beppe Baresi quando camminavano per Milano: mai essere negativo con i compagni o avversari. Quando i tempi sono duri, vale la pena di pensare che non tutto va male. Ci sono persone e cose su cui puoi costruire il tuo futuro».

E’ vero che è stato vicino a vincere il premio Nobel?

«No. Il mio lavoro ha avuto molti riconoscimenti internazionali, ma ho ancora molta strada da fare per arrivare al Nobel».

Essere un ex calciatore ha influenzato la sua carriera accademica?

«Mi sono laureato e ho iniziato il dottorato di ricerca quando ancora giocavo a livello professionistico. A molti colleghi questo faceva effetto, non è stato facile diventare ricercatore. Ma questa è la superficie: la mia persona (lo dice così, in italiano, ndr) è molto più profonda e la gente lo percepisce, quando parla con me».

La sua carriera calcistica è stata inferiore rispetto a quella accademica. Ha rimpianti?

«Ho ricevuto molto dal calcio. Quando ero giovane ho giocato due anni in Olanda e ho conosciuto i miei idoli, al Twente l’ex ala sinistra dal Manchester United Gordon Hill, al Feyenoord Johan Cruyff, che non perdeva mai la palla. Ho giocato anche in Svizzera, Germania e Israele».

Che cosa non funzionò, in quell’anno a Bologna?

«Il progetto dell’Inter con me era di fare come la Juventus, che aveva prestato Laudrup alla Lazio per riprenderselo dopo averlo fatto maturare. Il Milan aveva gli stessi piani per l’argentino Borghi, che prestò al Como. Con me e con Borghi non funzionò».

E’ rimasto in contatto con qualche suo ex compagno?

«No. La mia vita è piena. Ho giocato partite amichevoli per beneficenza, ma non ho mai accettato incarichi da allenatore o dirigente».

E’ mai tornato in Italia?

«La visito spesso, quest’anno sono venuto già tre volte, per piacere e per affari».