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Nino Benvenuti e l’Isola che non c’è (più)

Questa intervista a Nino Benvenuti è uscita sabato sul Qn, nelle pagine della Cultura.

IL PUGILE dai lineamenti gentili le ferite vere le porta dentro. Nino Benvenuti sembrerebbe averne presi pochi, di pugni, se uno dovesse giudicare solo dal suo aspetto di splendido settantacinquenne. Ma i segni veri sono nascosti nel cuore. Li hanno lasciati gli affetti entrati in anticipo nello spogliatoio della morte negli ultimi mesi, come l’arcirivale sul ring e poi quasi fratello nella vita, Emile Griffith. O come l’amico Giuliano Gemma, con cui Benvenuti condivise il servizio di leva nei pompieri e recitò in un western di Tessari. Quello che brucia di più, però, è il ricordo della sua Istria, dalla quale fu costretto a fuggire nel 1954, a 16 anni. Un ricordo che ha voluto tramandare nel suo libro, “L’Isola che non c’è”.
Benvenuti, ha scelto un titolo che rimanda a Peter Pan.
«È vero, perché in fondo anche io ho perso la mia Isola, che non c’è più. Isola d’Istria è il posto dove sono stato bambino, ma dove sono dovuto diventare grande in fretta. Un ambiente meraviglioso che mi è stato portato via, il luogo dove si è svolta la parte più importante della mia vita, quella lontana dal ring e dai titoli di giornali».
Un sogno infranto dall’esilio?
«Ho parlato della mia adolescenza e ho voluto dare voce a chi non c’è più. Non è un’accusa, ma la necessità di difendere la memoria».
In Italia sembra che non si possa ricordare senza essere faziosi.
«Infatti anche chi racconta verità storiche note a tutti, come quella di noi esuli istriani, a volte fatica ad essere creduto. E invece la nostra storia dovrebbe pesare sulla coscienza di chi per anni ha negato, di chi sapeva e non ha fatto niente per intervenire».
È vero che baratterebbe le sue medaglie per tornare a casa?
«Certamente. Anche se in realtà le mie vittorie sono il frutto di quella sofferenza, del dolore di non essere più il padrone di me stesso. Quegli anni strazianti mi hanno insegnato a lottare».
Quindi nessun rimpianto nostalgico per l’infanzia?
«Sono cose collegate, senza quelle esperienze il mio corpo non avrebbe imparato. Quando ho iniziato a tirare pugni per sport, avevo già provato prima che cosa potevo fare. E quando salivo sul ring, nei miei match portavo la rabbia degli esuli della mia terra».
Però si arrabbia se paragonano la vostra tragedia a quella dei profughi di oggi.
«Perché sono storie diverse».
In che senso?
«Noi non saremmo mai andati via da casa, ci hanno cacciati. Non pativamo la fame, non eravamo disperati. Eravamo felici, e un giorno del 1954 abbiamo dovuto lasciare la nostra bellissima terra a chi la voleva perché la sua era più misera».
Lei racconta un episodio toccante che ancora le brucia. Sulla pelle e nell’anima.
«Sì, quando mio fratello Eliano era nel campo di reclusione a Capodistria, io ogni giorno facevo in bicicletta i sei chilometri da casa alla prigione. Lo facevo portando una pentola di brodo che mia madre preparava per Eliano».
Ed era bollente?
«Sì, io pedalavo forte perché non volevo che si raffreddasse, ma così il brodo usciva dal coperchio, mi finiva sulle gambe e mi scottavo. Ma brucia di più il ricordo».
Se non fosse diventato un campione, che cosa avrebbe fatto?
«Di sicuro non il prete. Avrei frequentato l’università e avrei provato a diventare medico o avvocato, perché poi mi sono accorto che sono un chiacchierone».
Ha preso a pugni la vita, ma lo ha fatto sempre con stile.
«Merito della famiglia. Per fortuna sono cresciuto in un ambiente dove non si urlava, dove le cose si chiedevano per favore e dopo averle ricevute si diceva grazie».
Magari sarà anche una questione di carattere?
«No, è l’educazione. Noi eravamo quattro fratelli e una sorella, e tutti erano educati come me. Perché i nostri genitori non ci dicevano soltanto quello che dovevamo fare. Ci davano l’esempio con i loro comportamenti, ogni giorno».
Benvenuti, ci toglie una curiosità?
«Se posso».
Come si fa ad arrivare a 75 anni in forma come lei, fisicamente e mentalmente?
«Molto dipende da quello che le ho raccontato sulla mia famiglia e sull’armonia che regnava in casa. Non essere arrabbiato ti aiuta molto a stare bene. Al fisico sicuramente ci ha pensato la natura».