Quegli handicap di Renzi che Blair non ebbe
«Cambiamento», «speranza» e «orgoglio» furono le parole chiave del discorso con cui nel ’94 il quarantunenne Tony Blair si insediò alla guida del Labour party britannico. Sono gli stessi, identici tasti su cui ha battuto ieri il neosegretario del Partito democratico, il trentottenne Matteo Renzi. Analogo è infatti l’obiettivo: modernizzare la cultura politica del partito come condizione necessaria per poter modernizzare il Paese. «New labour, new Britain» fu lo slogan di Blair. «Cambiare il Pd per cambiare l’Italia» è stato lo slogan di Renzi. Il quale sconta però tre handicap, tre limiti fisiologici che il suo ispiratore britannico non ebbe: grazie alle riforme della Thatcher e ad una congiuntura economica e internazionale molto meno drammatica di quella attuale, Blair potè concentrarsi sull’identità del partito senza troppo affannarsi attorno ai problemi del Paese, mentre Renzi si candida a guidare un Paese in crisi in un’Europa in crisi; Blair poteva contare su un sistema istituzionale e burocratico solido che garantisce l’efficacia delle decisioni del premier, Renzi, notoriamente, no; conquistato il partito, Blair trascorse tre importantissimi anni all’opposizione prima di cimentarsi con le elezioni nazionali, mentre Renzi (che già a maggio dovrà misurarsi con le europee) è condannato all’ambiguità essendo in carica un governo ambiguo, fondato su un’alleanza ibrida e di cui il Pd è l’architrave pur non essendone lui il premier. Discende soprattutto da quest’ultima differenza la vistosa cesura tra la prima e la seconda parte del discorso pronunciato ieri a Milano dal sindaco di Firenze. Tanto chiara e strategica è stata la parte sul ‘Nuovo Pd’, la responsabilità nazionale che avverte e lo spirito orgogliosamente «ribelle» del suo energico leader, tanto confusa e tattica è stata la parte sul governo e le riforme da attuare. La sfida a Grillo è anche una sfida a Letta. L’indeterminatezza sulla legge elettorale tradisce il desiderio di intestarsi una qualsivoglia riforma indipendentemente dalla sua efficacia in termini di governabilità. Una certa «remissività» (Fassina dixit) rispetto all’Europa, denuncia l’ansia di crearsi per tempo sponde internazionali. L’aver annunciato obiettivi identitari di sinistra (il sussidio universale, i diritti delle coppie gay, la revisione della Bossi-Fini) serve a rassicurare elettori ed eletti del Pd e a rastrellare voti grillini, ma anche a mettere in difficoltà il Nuovo centro destra e i centristi, nella speranza siano Alfano e Casini a fare ciò che lui non può: rovesciare il tavolo di palazzo Chigi creando così le condizioni per elezioni in primavera. Analogo discorso sulla legge elettorale. Renzi è determinatissimo. E il fatto di aver presentato il suo «programma di governo» come il frutto del «referendum» rappresentato dalle primarie, lascia intendere che non vuole arretrare. Se rifiuterà di mediare con gli alleati sul programma, verrà giù tutto. In caso contrario, la ‘cooperazione competitiva’ con Letta potrebbe in effetti durare fino al 2015.