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Le paure di Napolitano

Nei sistemi presidenziali, quando il capo dello Stato vuole obbligare i partiti a fare qualcosa contro la loro volontà minaccia di sciogliere le camere e di indire nuove elezioni. In Italia, dove il presidenzialismo è — e probabilmente rimarrà — solo un trentennale auspicio, accade invece il contrario. Perché non c’è dubbio che ieri Giorgio Napolitano abbia minacciato di dimettersi.
Un discorso più duro ed esplicito del solito, quello del capo dello Stato, perchè più dure ed esplicite del solito sono le resistenze nei confronti del governo Letta, di cui il presidente della Repubblica è notoriamente il regista. Rispetto a pochi giorni fa, alla novità di Berlusconi che molla la maggioranza e al pari di Grillo invoca le elezioni, si somma la novità di Renzi che conquista il Pd e non sembra orientato a far scudo col proprio corpo al premier Letta né a ripettare pedissequamente i diktat del Quirinale, emblematicamente mai citato durante il discorso di insediamento alla guida del partito. Grillini e Berlusconiani ormai attaccano frontalmente il Colle e non per questo i renziani si sostituiscono ai corazzieri. Non è finita. Giorgio Napolitano è politico esperto: sa che le tensioni sociali cresceranno e sa che quando i partiti sono deboli la tentazione di cavalcare la piazza è forte. Giorno dopo giorno, Berlusconi è sempre più schierato con i «forconi» ed essendo stato disarmato dal rottamatore Renzi dello strumento anticomunista è chiaro che lo sostituirà col più attuale antieuropeismo. Il che esporrà il neosegretario del Pd ad analoga tentazione. Insomma, c’è il rischio che la situazione precipiti. Perciò Napolitano ha piantato due paletti invalicabili: il Paese chiede fatti, dunque niente elezioni nel 2014 («l’Europa ci guarda», ha detto con parole pericolosamente simili a quelle che era solito usare il premier Monti); le riforme istituzionali sono «vitali». Due temi intrecciati e a loro volta agganciati alla questione della legge elettorale. Se infatti Pd, M5s e FI si accordassero per tornare al Mattarellum ne conseguirebbe uno scivolamento verso elezioni politiche nel 2014. A quel che risulta, infatti, sia i berlusconiani sia i renziani si sono informati presso gli uffici del parlamento e quelli della Cassazione per sapere se è vero che le elezioni europee (fissate in maggio) non possono essere abbinate alle politiche. Questione dubbia, ma prevale la tesi del no: volendo, l’abbinamento è possibile.
Naturalmente, tutto dipende da Renzi. Ed era infatti il dinamico segretario del Pd l’interlocutore privilegiato del discorso di Napolitano. Un discorso formalmente applaudito dalla renziana Boschi, ma sul quale Renzi ha preferito tacere. Tace anche Berlusconi, furioso, ma Brunetta è stato durissimo. A colpire l’attenzione, il fatto che tra la Corte costituzionale che ha forzosamente reintrodotto il proporzionale e il capo dello Stato che si è dichiarato a favore del maggioritario, il capogruppo forzista si sia schierato con la prima. Pare infatti che la perorazione del maggioritario fatta da Napolitano fosse tesa anche a convincere i giudici della Consulta a rilegittimare il bipolarismo quando tra poche settimane motiveranno la sentenza contro il Porcellum.