Se a Bruxelles presentassimo una rivoluzione fiscale
Nel 2003 Germania e Francia violarono i parametri del patto di stabilità europeo, oggi Parigi ci rifà. Dunque si può. Perciò ieri Matteo Renzi ha proposto di negoziare con Buxelles lo sforamento del vincolo del 3% sul deficit in cambio dell’approvazione di un consistente pacchetto di riforme. Centristi e lettiani hanno accolto la proposta con un’alzata di spalle, il solito Renzi che vuole solo intestarsi il tema principe delle elezioni europee di maggio: la critica all’Europa dell’austerità. Sospetto legittimo, ma che non basta ad eludere la proposta del segretario. Semmai si potrebbe discutere il tipo di riforme ipotizzate. Più che sul Job Act, perché non concentrarsi su quella riforma fiscale adombrata anche dal capo dello Stato nel discorso di San Silvestro? Negli ultimi tre anni la pressione fiscale è passata dal 46,1 al 48,9% mentre le spese delle amministrazioni pubbliche sono aumentate di quasi 16 miliardi. Chi scrive costa alla propria azienda tre volte quello che percepisce in busta paga, mentre ‘lavoce.info’ rivela che i dirigenti ministeriali italiani guadagnano tra il 50 e l’80% più di quelli britannici. E’ dunque possibile tagliare senza danno parte consistente di quei 250 miliardi che lo Stato spende ogni anno al netto di interessi, pensioni, sanità e servizi sociali destinandoli a una ‘rivoluzione fiscale’ da far valere a Bruxelles. Basta volerlo. Lo vogliamo?