Tre renziani fanno una prova
Tre renziani, volendo, fanno una prova. Poiché è chiaro che dall’esito del confronto sulla legge elettorale dipende il futuro del governo, non uno, non due, ma ben tre renziani tratteggiano in merito scenari analoghi. Si parte da un assunto: Matteo Renzi, consapevole del fatto che più il tempo passa più il suo potenziale si depotenzia, non ha rinunciato alla speranza di abbinare le elezioni politiche alle europee di maggio. Perciò ha messo l’accordo sulla nuova legge elettorale al primo punto della verifica di governo in corso. E se l’accordo non si trova? Nel caso, Renzi dà per scontato che quel che accadrebbe subito dopo farebbe dimenticare il suo fallimento personale. Cosa accadrebbe? Accadrebbe che, in polemica con un sistema politico platealmente irresponsabile ed inefficiente, Giorgio Napolitano manderebbe tutti a quel paese e si dimetterebbe. Al Quirinale verrebbe probabilmente eletto Romano Prodi (con Renzi che riesce laddove Bersani fallì) e il premier Letta diverrebbe così un figlio di nessuno, espressione di un assetto politico ormai superato da ogni punto di vista: senza più un partito sotto i piedi né un lord protettore sopra la testa. A lui la scelta di trarne le conseguenze. Qualora invece l’accordo si trovi, i tre renziani ipotizzano che l’onere di aprire la crisi per andare subito alle elezioni ricada inesorabilmente su Scelta civica. A sentir loro, si farebbe la nuova legge elettorale, si approverebbe in prima lettura l’abolizione del Senato sbattendola in faccia a Grillo che parla parla ma in realtà non fa nulla, poi — naturalmente in nome di un qualche sacro principio eluso — i montiani si sfilerebbero dal governo facendo decadere la riforma del Senato e assicurando così ai senatori la possibilità d’essere serenamente ricandidati. Il che aiuterebbe Renzi a far accettare le elezioni agli eletti del Pd. Monti si alleerebbe dunque con Renzi e si andrebbe tutti radiosamente al voto in maggio forti di una norma del 2011 che consente di abbinare politiche ed europee. Tutti felici, a parte i pasdaran bersaniani che non verrebbero ricandidati; tutti certi che il segretario stravincerebbe e che perciò, cosa non secondaria per molti ex diessini, mollerebbe subito la presa sul partito che tornerebbe così ad essere inequivocabilmente «di sinistra». Letta verrebbe sacrificato, ma presto indennizzato con un prestigioso incarico europeo. Napolitano, avendo ormai rinunciato alla speranza di una più articolata riforma istituzionale ed avendo maturato un evidente scetticismo sulle capacità del governo in carica, incasserebbe la legge elettorale e scioglierebbe le camere senza troppe storie. Resterebbe dunque in carica per l’avvio del semestre europeo, che comincerà a luglio, per poi dimettersi in autunno. Secondo i renziani, l’ambizioso Mario Monti a quel punto si considererebbe il candidato naturale alla presidenza della repubblica. «Ma se la dovrà vedere con Pierluigi Castagnetti», butta lì ghignando uno dei tre a dimostrazione che in politica nulla è certo. E men che meno lo sono gli scenari, soprattutto se proiettati su tempi così lunghi. Spesso non si realizzano, ma aiutano sembre a capire dove tiri il vento e quanto calda sia la brace che arde sotto la cenere.