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La politica surrealista

Nel grande caos fomentato da personaggi politici ancora in cerca d’autore, c’è un’unica nota positiva: si è finalmente chiarito chi comanda nel Pd. Ma perché un sistema bipolare funzioni occorre che le gambe siano due e che abbiano forza analoga. Ne abbiamo invece tre, e mentre la seconda con Grillo si contorce nell’evidente contraddizione tra eletti ed elettori malamente inquadrati nella retorica del Web, della terza gamba si sono perse le tracce e nessuno sa dire in che direzione cammini. Berlusconi voleva rinnovare il partito affidandolo ad altisonanti nomi della mitica società civile. Poi s’è accorto che all’appello potevano rispondere solo uomini Mediaset. Ha dunque lasciato filtrare il nome del direttore Giovanni Toti: sarà lui a comandare, dicevano. Ma la vecchia guardia azzurra si è sentita umiliata ed è bastata un’eroica intervista di Fitto a congelare la novità. Del resto, non è neanche chiaro fino a che punto il Cavaliere realmente arda dal desiderio di cimentarsi con gli elettori, o di confliggere con il governo, o di fare il controcanto all’Europa. Così come non è chiaro in cosa si sostanzi la «lealtà» di Renzi verso Letta a fronte della guerra di sterminio avviata contro gli alfaniani e delle continue critiche al governo. Tutti prendono tempo, nella speranza che il quadro politico si chiarisca aiutandoli di conseguenza a scegliere la parte da recitare in commedia. Ma il quadro politico sono loro a disegnarlo: ne risulta una tela surrealista, con bizzarre venature dada.