I leader fanno così
Quando Enrico Berlinguer, capo del Partito comunista italiano in piena Guerra Fredda, decise di prendere le distanze dall’Unione sovietica ritenendosi più sicuro sotto l’ombrello della Nato, non convocò la direzione del partito né promosse un ridicolo referendum tra gli iscritti: comunicò la svolta con una storica intervista rilasciata a Giampaolo Pansa. I leader fanno così, prendere o lasciare. E così fa anche Matteo Renzi. Suonano dunque vuote le critiche che ieri sono state mosse al segretario dalla sinistra del Pd sulla legge elettorale. A partire dall’invocazione delle preferenze. Perché se c’è stato un punto su cui il Pci, poi il Pds, poi i Ds sono sempre apparsi graniticamente compatti era proprio il no secco al voto di preferenza. Per ovvie e condivisibili ragioni: non esiste in alcun ordinamento europeo, incoraggia la corruzione (qualcuno ricorda tal Fiorito detto Batman?), scatena feroci guerre intestine nei partiti, favorisce i candidati ricchi rispetto ai candidati poveri. L’idea di associare alle liste bloccate ma corte le primarie per individuare i candidati soddisfa dignitosamente l’esigenza di restituire ai cittadini il potere di scegliersi gli eletti. Gli ex diessini che oggi invocano le preferenze, dunque, lo fanno spinti unicamente dalla speranza di essere rieletti. Con ogni mezzo. Poi, certo, al meglio non c’è limite, il 35% dei voti per ottenere il premio di maggioranza è una soglia in effetti bassa (forse verrà portata al 40%) e più in generale un doppio turno di collegio sarebbe stato auspicabile rispetto a quell’originale ibrido ribattezzato ‘Italicum’. Ma questo è ciò che è possibile fare nelle condizioni politiche date. Il resto sono chiacchiere. E non va affatto male: il sistema proposto ieri da Renzi, con relativo colpo di scena sul doppio turno concordato sia con Berlusconi sia con Alfano, rappresenta infatti un indiscutibile passo avanti sulla strada del bipolarismo, occhieggiando addirittura al bipartitismo. Con l’aria che tira, non è poco. Non solo, il segretario del Pd ha anche legato la riforma della legge elettorale a quella del Senato. Non avrebbe potuto fare diversamente, avendo proposto un doppio turno che per funzionare bene richiede un sistema monocamerale, ma il dato politico è rilevante: significa che, se il disfattismo non prevarrà al momento del voto sulla riforma, Letta può dormire sonni tranquilli perché un altro anno di governo non glielo toglierà nessuno e la possibilità che Renzi si lasci coinvolgere in un rimpasto o forse addirittura in un ‘Letta-bis’ assume la concretezza che ne consegue. Naturalmente, Renzi continuerà a fare il Renzi. Perché ieri è apparso lampante come l’atteggiamento un po’ sprezzante che riserva al governo lo riservi anche al partito. Non parlava ai membri della direzione seduti davati a lui, il segretario, ma ai cittadini che lo seguivano in diretta streeming. Terminato l’intervento, infatti, non è andato a cercare l’abbraccio dei dirigenti ma ha messo mano al telefonino per controllare gli interventi su twitter. Che piaccia o meno, è la politica ‘moderna’: un connubio tra decisionismo e sondaggio permanente. Funziona finché il leader è forte; e Renzi ancora lo è. Perciò può accreditarsi come colui che restituisce «la dignità perduta» sia al partito sia al governo. Come dire: sono gli altri ad aver bisogno di me. Dunque, prendere o lasciare.