L’intemperante Renzi e il futuro della riforma elettorale
E due. Dopo Fassina dal governo, l’intemperanza verbale di Matteo Renzi ha provocato le dimissioni di Cuperlo dalla presidenza del Pd. Nel primo caso si è trattato di un pretesto; nel secondo caso no: Gianni Cuperlo, anche se incoraggiato alla rottura da D’Alema, s’è offeso davvero. Si tratta dunque di conseguenze non volute d’una aggressività esasperata. Un’aggressività eccessiva per un leader conclamato. Più di un renziano ritiene infatti opportuno che la flessibilità mostrata da Renzi nel chiudere accordi politici rilevanti (ad esempio: aveva prospettato tre modelli elettorali stile prendere o lasciare, ma non ha esitato a concordarne un quarto pur di raggiungere lo scopo) si accompagni a una maggiore diplomazia nei rapporti personali. Dicono però che il suo problema siano le telecamere: laddove brilla il led d’un monitor l’Uomo non si trattiene ed ostenta il proprio animo più garibaldino. Amen. Del resto, anche la pretesa di Gianni Cuperlo di poter occupare un ruolo di garanzia nel partito e al tempo stesso contestare il segretario su tutta la linea mostra limiti non meno evidenti. La fortuna di Renzi è che i tre aspiranti leader della minoranza interna (Fassina, Orfini e Cuperlo) hanno tra loro pessimi rapporti e puntano in direzioni diverse. In effetti, la maggior parte degli ex diessini non renziani anela ad un accordo col Capo: sono abituati a contare e almeno sul territorio vogliono continuare a farlo. Perciò, non essendo la legge elettorale materia «etica» ma eminentemente politica, Renzi avrà buon gioco nell’esigere da tutti il rispetto della linea decisa dal partito. Ed è difficile pensare che quel voto venga colto a pretesto per una rottura. Scindersi, infatti, sarebbe un suicidio. Il rischio è un altro. Posto che, essendo stati eletti in epoca Bersani, Renzi in realtà controlla poco più della metà dei suoi parlamentari, non si può escludere che parte della minoranza del Pd si saldi con parte del Nuovo centrodestra, con i centristi di Casini, con quelli di Mauro, con qualche brandello di Scelta civica, con i grillini, con la Lega, con Sel e, grazie al voto segreto, alla Camera impallini la riforma alla quale il segretario a legato il proprio nome. E di conseguenza il proprio prestigio politico. E’ un rischio contenuto, ma innegabile. Perciò Renzi dice e ripete che se salta la legge elettorale «salta tutto». Tradotto: vi giocate lo status di parlamentare e non sarò certo io ad aiutarvi a ritrovarlo.