Matteo Renzi e il Partito degli offesi
Le battute si sprecano, la dignità si ribella, i risentiti si moltiplicano. S’annuncia dunque una nuova sigla sulla scena politica: il Pdo, Partito degli offesi. Perché, di questo passo, a breve coloro che a torto o a ragione (più spesso a ragione che a torto) si ritengono offesi da Matteo Renzi diverrano maggioranza in parlamento e se solo potessero mettersi assieme il Pdo svetterebbe sugli altri partiti e «grandissima vendetta e furiosissimo sdegno» (Ezechiele 25:17) sarebbe il primo punto del suo programma politico.
Ieri è stata la volta di Alessandro Maran, che si è dimesso da relatore del disegno di legge sul finanziamento ai partiti in difesa dell’onorabilità di Scelta civica, sulla cui consistenza elettorale e politica Renzi aveva non impropriamente ironizzato la sera prima a Porta a Porta. «Non posso continuare ad accettare che Scelta Civica vada bene al Partito democratico quando c’è da tirare la carretta, per venire poi presa a calci e ridicolizzata dal suo segretario», è sbottato Maran. Di lì a poco, Doris Lo Moro, capogruppo del Pd in commissione Affari costituzionali a palazzo Madama, ha annuciato analogo passo indietro se la riforma della legge elettorale dovesse arrivare blindata alla discussione parlamentare. Volente o nolente, dunque, il Rottamatore prosegue nell’opera. Che è opera politica, ma anche caratteriale poiché sempre più politica e carattere ormai coincidono. Non solo. Avendo il carisma ceduto il passo alla simpatia, ogni leader nuovo si trova in un certo senso condannato al motto di spirito, alla battuta, che a volte degenera in battutaccia. L’abbiamo già visto con Berlusconi: Schulz «kapò nazista», Obama «abbronzato», la presidente finlandese intortata grazie «alle mie doti di play boy», il «cucù» alla Merkel, Mussolini che «mandava la gente in vacanza al confino»… E quando, quasi sempre, qualcuno se la prendeva e la polemica divampava puntuale si levava la solita replica: «Esagerati, era solo una battuta». Così fa anche Matteo Renzi. «Non diventerò mai un grigio burocrate che non può scherzare, non può sorridere, non può fare una battuta», ha detto dopo aver provocato l’addio di Fassina al governo e prima di incoraggiare quello di Cuperlo alla presidenza del Pd.
Ma il paragone con Berlusconi regge fino a un certo punto. Quelle del Cavaliere sono infatti il più delle volte battute prepolitiche, ironia da bar, goliardia allo stato puro. Iperpolitica è invece la foga verbale renziana. Poiché l’uomo nuovo del Pd s’è fatto largo a colpi di sciabola affettando i propri ‘maestri’ come Lapo Pistelli a Firenze e seppellendo un’intera nomenklatura a partire dal sommo D’Alema e dalla stupenda Finocchiaro («Mi spiace, ma non può diventare presidente chi ha usato la sua scorta come carrello umano per fare la spesa da Ikea»). Va avanti così, a spallate ‘anticasta’, ormai da un decennio e sembra non riuscire più a fermarsi. Un po’ non ci riesce, un po’ non lo vuole. Perché la sua unica forza è il consenso popolare e in un’epoca in cui il popolo ha in odio «i politici», più lui indistintamente li schiaffeggia più i sondaggi gli danno ragione. «Mena forte, Renzi, menali tutti!», gli ha infatti gridato un anziano romano vedendolo sfilare in via del Nazareno.