Quel che resta di Armstrong (Lance)
Nell’intervista a Jack Sintini che il Qs-Il Resto del Carlino ha pubblicato qualche giorno fa e che poi ho ripreso sul blog c’è un passaggio che mi ha colpito più degli altri. Perché ha risvegliato una riflessione analoga che mi era capitato di fare quando Lance Armstrong, il vincitore dopato dei Tour de France, non era ancora stato smascherato, ma era già molto chiacchierato. Come tutti sanno, il texano ha sconfitto il cancro ai testicoli. Sintini si è ispirato alla sua biografia per trovare la forza di affrontare il linfoma che l’aveva colpito. Dice Sintini nell’intervista: “Avevo già divorato anni prima la biografia di Lance Armstrong. Mia moglie Alessia l’ha ritirata fuori, capire in che modo lui affrontava le cure mi ha aiutato. So che dopo lui ha deluso molti, ed è giusto, perché non si può vincere barando col doping. Ma una cosa mi sembra giusto dirla. Anche se Armstrong ha sbagliato, questo non cambia il fatto che il suo esempio abbia aiutato me ed altre persone ad affrontare la malattia”.
L’ULTIMA frase è il punto fondamentale, secondo me. Siccome avevo pensato la stessa cosa riguardo a un collega che aveva raccontato di aver trovato proprio nelle gesta sportive di Armstrong la forza per affrontare la stessa malattia che ha colpito il ciclista, credo che sia giusto spingersi oltre nel ragionamento.
La domanda è: può essere positivo anche l’esempio di un personaggio negativo? Oppure la delusione legittima che ha colto tutti i tifosi, una volta scoperto che i risultati sportivi erano truccati, deve cancellare anche quanto di buono Armstrong o altri come lui hanno saputo trasmettere? Il discorso tocca anche il modo in cui il mondo dei media tratta i campioni e il loro mito, ovviamente. Forse il simbolo più efficace di questa apparente contraddizione è quello di Maradona e degli altri campioni ‘maledetti’ fuori dal campo (un altro era George Best), quanto divini nella loro manifestazione sportiva. Ma in realtà il punto a mio parere è un altro (e a scanso di equivoci, io penso che la risposta giusta sia la prima, cioè che anche un cattivo maestro può essere un’ottima scuola, per dirla con il poeta tedesco).
Il punto è che alla fine la differenza la fa sempre chi riceve, il messaggio, non chi lo manda. Ognuno di noi rielabora con il proprio vissuto, e trova (o non trova) la forza in se stesso. Il mito del campione è un pretesto. Anche se sarebbe bello se tutti, a cominciare da noi giornalisti che abbiamo la responsabilità del racconto di certi personaggi, per arrivare a chi sente il bisogno di avere qualcuno a cui ispirarsi, riuscissimo a scindere il messaggio e il mezzo, l’artista e l’arte, l’uomo e le sue opere. Le cronache sono piene di campioni che fanno beneficenza in pubblico, per esempio, eppure ce ne sono almeno altrettanti che sono anche più generosi, ma non vogliono mai farlo sapere (uno è Andrea Zorzi, per esempio, ma non svelerò perché per rispetto nei suoi confronti. Fidatevi). Io preferisco quelli, ma se permette a qualcuno di stare meglio e di arrivare sulla propria luna personale, mi sta benissimo anche Armstrong.
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