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Gli insulti grillini e il gandhiano Renzi

Era il 1993, e a Radio Radicale ebbero un’idea: istituire un numero al quale chiunque potesse chiamare per dire tutto quello che gli passava per la testa. Si arrivò a punte di 20mila telefonate al giorno e si scoprì che l’italiano medio non amava discettare del rapporto filosofico tra Heidegger e la Arendt, ma si abbandonava volentieri a turpiloqui e violenze verbali d’ogni sorta. Ohibò, che brutta scoperta. La stessa fatta in questi giorni leggendo il blog di Grillo. Con una differenze, però: al contrario di Pannella, Grillo indica alle masse gli obiettivi su cui accanirsi. Prassi meschina, certo, ma di qui a paventare l’alba di «un nuovo fascismo», davvero ne corre. E se da oggi i grillini riusciranno a boicottare, a norma di regolamento, la conversione dei decreti governativi, sarà non perché sono «fascisti» ma perché i partiti hanno colpevolmente mancato di riformare le regole del gioco parlamentare.
Gridando allo scandalo, si crea una cortina fumogena di conformismo che nasconde quel poco di politica che promana da eventi tanto modesti. Ad esempio il fatto che i parlamentari grillini abbiano chiesto scusa per gli eccessi dei giorni scorsi. Una novità assoluta, nella breve storia dei «cittadini» pentastellati, segno probabile di un duplice problema: la mancanza di una vera leadership; la difficoltà a tenere uniti gli eletti, fisiologicamente divisi tra massimalisti e riformisti. Si è dunque aperta una piccola crepa nel Movimento e Matteo Renzi intende insinuarvisi. Come al solito, lo fa senza preoccuparsi delle reazioni dei suoi cosiddetti alleati. Durante la cagnara di giovedì in aula a Montecitorio, si sono consumati due fatti vagamente assimilabili a una reale violenza fisica: il questore, montiano, Stefano Dambruoso ha dato una mezza manata alla grillina Loredana Lupo per impedirle di assaltare i banchi della presidenza; la grillina Silvia Benedetti ha morso un braccio a un commesso che tentava, invano, di contenerne la foga.
Sul volto della della Lupo non vi era alcun segno, sul braccio del commesso spicca tutt’ora il segno violaceo di un morso. Ma più che della Benedetti i media hanno parlato di Dambruoso e infatti ieri Renzi ne ha chiesto le dimissioni. Un gesto ispirato non tanto da un’irrefrenabile pulsione gandhiana, quanto dal desiderio di accreditarsi agli occhi degli elettori e degli eletti grillini come un leader «giusto», che combatte battaglie simili alle loro e (a differenza loro) le vince.