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Addio grande Freak

Avevi una sua citazione buona per tutte le occasioni. Quando c’era, ovviamente, da dissacrare. A cominciare dall’atteggiamento degli intellettuali – o presunti tali – che abusavano dell’”oh di stupore e di meraviglia” di fronte a qualsiasi performance che nascesse da un alambicco mentale. E allora “largo all’avanguardia, pubblico di merda”. O ancora quando c’era da regalare al tuo pubblico estemporaneo un altrettanto estemporaneo no sense, magari in estate: “i gelati sono buoni, ma costano milioni” o in preda al gusto vintage di riappropriarsi del chinotto “il kinotto è la mia droga e io lo bevo senza posa”. E infine quando c’era da far abbassare la cresta a chi pensava di fare la rivoluzione a 16 anni e si prendeva, fin troppo, sul serio; potevi uscirtene con “sono un ribelle, mamma”.  Freak Antoni se ne è andato oggi a 59 anni. Morte, purtroppo, annunciata visto l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Se esistono Elio e le Storie Tese, a prescindere dalla loro indiscutibile perizia tecnica, è perché prima ci sono stati gli Skiantos. Gli altri avevano il punk. Noi non potevamo cantare di “colle da sniffare”, della “Sheena la punk rocker” o di “Fascist regime”. L’avevano già fatto gli altri. Ma avevamo e a maggior ragione abbiamo ancora “le sbarbine”, “i gelati”  e i kinotti non senza perdere quell’irresistibile e acuto gusto dell’irriverenza abbinato a un’ironia dissacratoria e forse anche più iconoclasta dei “brutti, sporchi e cattivi” di oltre Manica e oltre Oceano.  Anche senza essere avanguardia, anche senza essere dei musicisti dai fini tecnicismi e anche senza evidenziare sempre la critica sociale come missione unica di una band. Ecco che cosa abbiamo perso con Freak Antoni. E quando ci penso, ho sempre in mente quel foglio appeso in un ristorante di Senigallia, dopo una cena a base di cozze, “Cazzo che cozze”. L’aveva scritto lui. Firma inconfondibile. Alla faccia dei calembour.