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Sanremo, tifiamo Perturbazione

Tifiamo rivolta. Come cantava il Giovanni Lindo Ferretti dei Cccp prima della crisi mistica. O meglio vorremmo farlo. Ma è impossibile a Sanremo. E allora ci si adegua. Non è questione di turarsi il naso e accendere la tv. La puzza sotto le narici non possono permettersela mica tanti. E allora inutile fare dell’(in)sano snobismo, perché Sanremo in fondo è come il Pd: tutti ne parlano. Anche se quel concetto di rappresentanza non esiste più né per l’uno né per l’altro. Forse, per Sanremo non è mai esistito. Sono solo (o quasi) canzonette. E allora prendiamole per quelle che sono, senza esimirsi da considerare chi si è guadagnato il palcoscenico mainstream (aggettivo che piace a chi della puzza sotto il naso fa la propria ragione di vita) macinando chilometri in furgoni scassati. Gente che sa suonare, che è anche partita dal basso. Indie per dirla con un altro termine per chi ha la puzza sotto il naso in servizio permanente. Ecco, allora i Perturbazione che sono un po’ i Marlene Kuntz di un paio di anni fa, il Joe dei La Crus di tre anni prima e andando ancora a ritroso gli Afterhours de “Il paese è reale” (fotografia in musica decisamente più nitida di un festival che continua a conservarsi – termine assai politico in questo caso -proprio perché non cambia e si ostina a pensare solo ed esclusivamente alla propria sopravvivenza) o ancora ai Subsonica, anno di grazia 2000. Ok, la canzone dei Perturbazione è un pezzo che ha almeno un paio di ragioni per accattivarsi il tifo di chi è preso compulsivamente a twittare o postare durante la diretta tv: uno è un pezzo decisamente pop (per quello che vale ancora questo aggettivo), suonato e cantato bene; due il coraggio, perché hanno molto più coraggio Tommaso e i suoi amici che affrontano le forche caudine del Festival sapendo che cosa gli riserverà la ghigliottina della critica indie e l’indifferenza di chi non ha mai sentito parlare di loro che un’Arisa per dirla a tutta (anche se il suo pezzo è firmato da Cristina Donà, una che difficilmente le sbaglia le canzoni. E così se non è possibile tifare rivolta perché l’ormai ricorrente blitz del Grillo sparlante è entrato a tutti gli effetti nello showbiz e lo sfogo dei due disoccupati – per quanto legittimo, giusto e sacrosanto possa essere – è ormai un’azione (purtroppo) già vista al festival, tifiamo Perturbazione in tutti i sensi. Anche per scuotere un format sempre più pachidermico e perfino un po’ noioso come ha dimostrato nella sua prima serata. Poi  andrà come andrà. Forse i Perturbazione non vinceranno nemmeno il premio della critica. Ma lasciateci sognare, ancora una volta, un’altra ancora che un altro Sanremo è possibile; consci che al risveglio  troveremo la solita Italia delle larghe intese rottamate e già rinnovate con il premier più giovane della nostra storia repubblica ma con  i problemi di sempre.