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Un governo “vorrei ma non posso”

C’è la lista dei ministri, non c’è ancora stato il voto di fiducia del parlamento e già ci si chiede quanto mai potrà durare questo primo governo Renzi. Un governo di ripiego, per il premier designato. Un ‘vorrei ma non posso’. Nel senso che molti sono stati i desideri che Matteo Renzi ha lasciato filtrare in questi giorni e che ha dovuto giocoforza rimangiarsi. In ordine di importanza politica crescente: voleva limitarsi a 12 ministri, ma per accontentare tutti ne ha dovuti indicare 16 e l’ha fatto in tempi doppi rispetto alle previsioni; non voleva piegarsi al gioco delle correnti, ma ogni corrente del Pd ha avuto  il suo ministero; voleva ingaggiare diversi bei nomi del mondo imprenditoriale, ma gli hanno detto di no tutti tranne Federica Guidi; voleva rinnovare la delegazione del Nuovo centrodestra per marcare la discontinuità rispetto a Letta, ma Alfano, Lupi e Lorenzin sono rimasti ai loro posti e di discontinuo c’è solo l’eclissi della carica di vicepremier; voleva un magistrato alla Giustizia (Gratteri), ma Napolitano gli ha imposto un politico (Orlando); voleva un politico all’Economia (Delrio), ma Napolitano gli ha imposto un tecnico (Padoan). Ed è quest’ultima la partita più importante persa dal premier in attesa di fiducia. Un politico all’Economia, avrebbe significato un radicale cambio di approccio anche rispetto all’Europa. L’indicazione di Padoan, che viene dall’Ocse, no. Insomma, com’era logico fosse, si tratta di un governo di compromesso. Un ircocervo, per metà «governo del presidente» e per metà, la metà scintillante di nuovo che ha nel neoministro degli Esteri Federica Mogherini la sua punta più avanzata, un «governo Renzi». Si conferma così quel che gli addetti ai lavori già sapevano: Matteo Renzi è uomo capace di grandi compromessi, il che fa di lui un politico vero. E infatti ha messo un confindustriale (la Guidi) allo Sviluppo e il presidente di Legacoop (Poletti) al Lavoro. Ma il frutto di questi primi giorni di tessitura testimonia anche la difficoltà che il premier incontra, e ancor più incontrerà, nel tener fede alla propria immagine pubblica, sia per i tempi sia per il merito delle scelte. Il governo si reggerà su una maggioranza composta, pare, da 9 partiti di cui 8 largamente sotto il 5%: la riforma della legge elettorale ne subirà le conseguenze. Occorreranno perciò doti davvero notevoli per arrivare a fine legislatura.