Il (secondo) corpo estraneo
La “grazia di Stato”, sono vent’anni che l’aspettiamo. Prima con Silvio Berlusconi, sul quale, diceva Francesco Cossiga senza crederci, si sarebbe forse posata la mano del dio della Politica e delle Istituzioni facendo di lui quel che lui chiaramente non era: un uomo di Stato. E’ venuto ora il momento di assaggiare la consistenza di cui è fatto Matteo Renzi, e il primo boccone non lascia presagire traccia di un tocco divino. Per quanto nella replica alla Camera il premier si sia sforzato di volare più alto di quanto fatto in Senato, il livello è quello che è. Ma è lo stesso livello su cui si è attestato per vent’anni filati Silvio Berlusconi, suscitando di conseguenza l’orrore dell’élite e la simpatia delle masse. Tradizionalmente, infatti, quel che fa arricciare il naso alla prima piace alle seconde. Ed è a loro, alle masse oggi chiamate «gente», che entrambi sistematicamente si rivolgono. Anche quando parlano in un’aula parlamentare, purché in diretta tivù. Berlusconi disse che aveva l’obiettivo di farsi capire da un ragazzo di seconda media, Renzi sembra pensare al medesimo target. L’ha sempre fatto e continuerà a farlo. Tanto più oggi, che si trova in campagna elettorale. Si tende infatti a dimenticare che le Europee di fine maggio segneranno uno spartiacque decisivo per le sorti del governo e che, essendo al tempo stesso premier e segretario del partito, mai come oggi il futuro di Matteo Renzi si identifica con quello del Pd. Non è un caso, infatti, che sia al Senato sia alla Camera Renzi abbia più volte ricordato la sua appartenenza partitica, e sempre l’ha fatto ostentando orgoglio. Mai stato così fieramente del Pd come da quando ha lasciato via del Nazareno per trasferirsi a palazzo Chigi, Renzi. E non è solo un modo per attrarre voti grillini. E’ che il premier sa bene che i veri avversari li ha in casa. Come Silvio Berlusconi era infatti considerato un corpo estraneo dall’establishment e dall’élite politica, così è considerato Matteo Renzi dalla metà degli attuali suoi parlamentari. E anche da Pier Luigi Bersani, ieri ricomparso in aula per tenere unito il partito ma non certo per baciare la pantofola del premier. Del quale resta un oppositore. Non solo. Al Senato Renzi ha una maggioranza persino più risicata di quella che aveva Letta: ammesso che abbia davvero l’intenzione di completare la legislatura, dovrà lisciare per il verso del pelo non solo gli eletti del suo partito, ma anche gli alfaniani, i più o meno berlusconiani di Gal e lo stesso Berlusconi, se vuole che la riforma elettorale veda infine la luce. E lo vuole, eccome se lo vuole. Una legge elettorale dagli effetti maggioritari pronta all’uso gli serve per minacciare la sua maggioranza agitandogli davanti lo spettro delle urne o per rifugiarsi davvero nel voto qualora la durata del governo lo esponga al rischio d’un marchiano fallimento. Renzi resta Renzi, dunque, e seppure parla come Berlusconi le similitudini finiscono qui. Il Cavaliere, infatti, è sostenuto da un partito che ha fondato e che è destinato a scomparire con lui. Renzi no, Renzi sa che buona parte della classe dirigente del suo partito si considera migliore di lui e non vede l’ora di seppellirlo. Ha solo un modo per salvare la pelle: fare, fare e ancora fare le cose che ha promesso chiedendo la fiducia ai parlamentari pur rivolgendosi in realtà alla «gente».