Le vere ragioni del patto Berlusconi-Renzi
Si è avuta ieri l’ennesima dimostrazione del fatto che sapere tecnico e arte politica tendono a seguire logiche opposte. L’accordo sulla legge elettorale tra Renzi e Berlusconi sconcerta i costituzionalisti, ma viene salutato dai due terzi del ceto politico come una manna dal cielo. Prima di tutto perché se la nuova legge elettorale vedrà la luce nei tempi fissati dal premier la legislatura andrà avanti per almeno un altro anno. Senza legge elettorale, invece, Renzi sarebbe costretto a rovesciare il tavolo del governo, si andrebbe dritti alle elezioni e Grillo farebbe nuovamente il pieno dei voti. Dal punto di vista del premier, l’accordo è un successo o, come lui stesso ha detto, «un importante passo avanti». La direzione è nota: poter esibire il mantenimento dell’impegno idealmente sottoscritto con i cittadini a cambiare la legge elettorale in tempi rapidi. Il come ha in apparenza un peso minore. Per Berlusconi si tratta invece una mezza retromarcia. Il Cavaliere accetta infatti una legge monca, applicabile solo alla Camera e in teoria non utilizzabile fino a che il Senato non verrà riformato. Ma per lui sarebbe stato peggio rifiutare l’accordo. Avrebbe ricompattato il Pd attorno al proprio segretario e avrebbe perso quel ruolo politico al quale non intende evidentemente rinunciare. Pare che la condizione posta da Berlusconi a Renzi sia quella di far approvare la riforma del Senato, di cui non esiste ancora neanche un testo base, a tempo di record: 8-10 mesi. Tra vincoli politici, resistenze fisiologiche dei senatori e oggettiva complessità tecnica della riforma, per Renzi non sarà facile onorare l’impegno. Ma quel che conta, per lui, è legato all’oggi: cioè la possibilità di incassare la nuova legge elettorale. Inutile dire che il sottinteso di quel patto sono le elezioni anticipate al 2015. Ora, una legge elettorale valida in un solo ramo del parlamento si espone a critiche concrete. Anche perchè tra gli argomenti che la Consulta ha usato per bocciare il Porcellum c’è che favoriva «la formazione di maggioranze parlamentari non ciuncidenti tra i due rami del parlamento», esattamente quel che accadrebbe se si votasse dopo il varo della nuova legge elettorale e prima della riforma del Senato. Ma se Giorgio Napolitano sugellerà l’accordo, i rilievi dei costituzionalisti finiranno nei libri di storia anziché nei titoli delle cronache giornalistiche.