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L’ipocrisia della parità di genere

Se c’è una cosa che l’Europa non ci impone è l’alternanza obbligatoria tra uomini e donne nelle liste elettorali. E infatti non c’è Paese membro dell’Ue dove la cosiddetta «parità di genere» sia fissata per legge così come si è tentato invano di fare ieri in Italia: 50% donne e 50% uomini. Norme simili, ma decisamente più light, esistono solo in Francia e in Spagna. E’ un altro indizio a rafforzare il sospetto che la questione sia stata usata in maniera strumentale. I capofila della minoranza Pd, che mai prima d’ora avevano messo tanta passione nel difendere simile principio, l’hanno fatto per indebolire l’odiato Renzi. I capi dei piccoli partiti l’hano fatto nella speranza di spuntare un innalzamento delle soglie di sbarramento. E pure in FI la questione, largamente condizionata anche da insofferenze personali, è stata piegata a finalità di lotta politica interna. Non hanno dunque torto quei grillini che ieri alla Camera denunciavano «l’ipocrisia» degli emendamenti a riguardo. Ciò non toglie che il modo con cui Matteo Renzi ha gestito la vicenda rappresenta un altro consistente strappo rispetto ai totem e ai tabù della sinistra italiana. Persino più dell’affondo (assai blairiano, poiché riguardava non solo il sindacato, ma anche gli industriali) sulla Cgil. Quello della parità di genere è ormai diventato un «principio» che identifica la sinistra, o quantomeno buona parte degli eletti e i militanti del Pd. Perciò secondo alcuni parlamentari ‘diversamente renziani’ il premier ha commesso un grave errore nel sacrificarlo così platealmente sull’altare dell’accondo con Berlusconi. La reazione delle donne del Pd sembra confermare la tesi, ma nell’ottica renziana il danno è relativo. Renzi ha infatti lasciato libertà di coscienza ai suoi palamentari, e se la norma non è diventata legge la colpa non è sua ma del parlamento. Un’istituzione alla quale il premier non intende associare il proprio nome, essendo diventata ormai da tempo il luogo che meglio rappresenta l’inconcludenza e le contraddizioni della politica politicante. Renzi è, invece, il governo. E il governo è Renzi. Infatti tutta la sua attenzione è rivolta al Consiglio dei ministri di domani: sarà quello il suo ‘Mercoledì da leoni’, dando per scontato che le incertezze sulle coperture del taglio al cuneo fiscale vengano appianate. Sarà quello un test interessante. Esistono infatti ottime ragioni di merito sia per sostenere l’opportunità di favorire le imprese concentrando le risorse sul taglio dell’Irap, sia per sostenere l’opportunità di favorire i lavoratori tagliando l’Irpef. Non c’è dubbio che Renzi penda per quest’ultima ipotesi. E non solo per ragioni di merito: incoraggiare la ripresa dei consumi. Renzi pende per il taglio dell’Irpef perché è la soluzione più popolare e, essendo il premier totalmente concentrato sul risultato del Pd alle Europee di fine maggio, anche la più conveniente dal punto di vista politico. Se domani il governo privilegerà l’Irap o salomonicamente sceglierà una soluzione di compromesso, significherà che Matteo Renzi è più sensibile di quel che appare agli interessi, organizzati, dei datori di lavoro.
P.S.
Si dice che al Senato i democratici antirenziani impallineranno la legge elettorale: ma il voto a palazzo Madama sarà palese, difficile che in molti vogliano intestarsi uno strappo che, anche in vista delle Europee, produrrebbe conseguenze devastanti per l’intero Pd.