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L’idilliaco duello tra Renzi e D’Alema

Ancora quattro mesi fa di lui diceva: «Renzi è ignorante, mente; è spiritoso ma superficiale». Poi, a quell’ignorante e superficiale imbroglione Massimo D’Alema ha chiesto di presentare il suo ultimo libro. Il rottamato s’inchina dunque al rottamatore e come un vecchio lupo offre la gola al giovane capobranco in segno di sottomissione. Quel branco si chiama partito, e a D’Alema il senso del partito non manca. Non manca neanche a Renzi, ora che ne ha bisogno. Sì che volentieri ha accettato l’invito, perché consapevole che l’evento di ieri sarebbe stato letto nel Pd come un messaggio in codice dalemiano: niente vendette, rimaniamo uniti attorno al nostro segretario.
Tutto comincia con convenevoli reciproci, poi l’ego di cui entrambi non fanno difetto prende il sopravvento e l’affollata presentazione di ‘Non solo euro’ di trasforma nel consueto duello. Niente sciabola, però, ma fioretto. Comincia con Renzi che giudica «molto interessanti» le tesi di D’Alema e D’Alema che assicura d’essere «d’accordo pressoché su tutto» quel che Renzi ha appena detto. «Il programma di Matteo è coraggioso e realistico», aggiunge. Tutto comincia con l’esibizione di un comune denominatore: il primato della politica. La politica da far valere in sede europea. Poi la frizione slitta. D’Alema dice che «Renzi è l’erede di una tradizione italiana che può essere rivendicata in Europa senza paura che ti prendano a calci nel sedere» ed è chiaro che quando dice «tradizione» intende se stesso. Ma l’erede non ci sta. Renzi ricorda l’impulso riformista del D’Alema premier, la riforma del lavoro concordata con Blair, la vicinanza con Schroeder, la sfida alla Cgil di Cofferati, la bicamerale messa in piedi con Berlusconi. Ricorda anche che le riforme di cui D’Alema parlava nel ’97-’98, Blair e Schroeder le fecero. D’Alema no. Perciò «tocca a noi farle oggi», perché «la classe dirigente della sinistra per vent’anni ha fallito», scandisce Renzi scatenando un applauso. Ed è proprio così che stanno le cose. «Il renzismo è la prosecuzione del dalemismo con altri mezzi», ha detto al ‘Foglio’ il presidente della fondazione dalemiana Italianieuropei, Andrea Peruzy. «Mi rode un po’ a vedere ’sto ragazzo fiorentino avere successo laddove noi fallimmo», commenta in sala Fabrizio Rondolino, che, negli anni della sfida alla Cgil, di D’Alema fu portavoce e spin doctor.
L’affondo è notevole, l’imbarazzo di D’Alema percepibile. In prima fila, i co-rottamati Veltroni e Marini hanno lo sguardo d’una sfinge: impassibili. E’ allora che D’Alema torna a proteggersi il collo e a mostrare i denti. Rivendica la legge elettorale uninominale, «più avanzata e significativa di quella che si sta discutendo adesso» e colpisce sotto la cintola. Due volte. Così come fece dopo essere stato sconfitto dalla Cgil e dal blocco prodian-veltroniano, innesta una bandiera inequivocabilmente «di sinistra». Bene la riforma del lavoro, dice, «ma vorrei che tu l’affontassi con grande attenzione ai diritti dei lavoratori». E poi, dopo aver definito il fiscal compact, da lui approvato nel luglio 2012 alla Camera senza proferir verbo, «un vincolo assurdo», invita Renzi a fregarsene dei parametri europei: «I tecnocrati si arrangino: riprenderanno la procedura di infrazione contro l’Italia? Tanto la Commissione è in scadenza, ne discuteremo con quella nuova». Il novizio, ora, sembra lui. Renzi alza lo sguardo al cielo, sussurra un «non è così facile», avverte il peso della responsabilità di cui il rottamato D’Alema s’è giocoforza spogliato.
In realtà, i due si cercano e hanno bisogno l’uno dell’altro. Peccato solo che l’ego, alle volte, debordi facendo sì che un idillio programmato assuma le sembianze d’uno scontro già visto.