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Ma Renzi non è Veltroni

Nel febbraio 2008 il Partito democratico aveva appena quattro mesi di vita, Walter Veltroni ne riunì i vertici nel loft di Santa Anastasia e comunicò l’importante novità: alle elezioni del 13 aprile, il Pd si sarebbe presentato da solo e il nome del segretario avrebbe fatto bella mostra di sè nel simbolo del partito. «Partito democratico per Veltroni presidente», fu la formula prescelta. Né D’Alema, né Bersani, né Marini, né la Bindi, né altri ebbero nulla da obiettare. Nessuno denunciò il cedimento alle logiche berlusconiane, nessuno deprecò l’avvenuto sconfinamento sul terreno scivoloso della personalizzazione politica, nessuno oppose alla decisione del segretario la trita retorica della «leadership collettiva». Il nome di Veltroni finì dunque sul simbolo del partito, sui manifesti e sulle schede elettorali. Poi Veltroni perse, ma questa è un’altra storia. Giova ricordarla poiché ieri il viceprensidente renziano del Pd, Matteo Ricci, ha lanciato un’idea analoga: «Proporrò il nome di Renzi sul simbolo del Pd per le Europee. Sarebbe un valore aggiunto», ha detto ad Agorà su RaiTre. Apriti cielo: l’universo bersaniano è insorto e nella proposta ha trovato conferma del fatto che la logica belusconiana del ‘ghe pensi mì’ ha ormai travolto i sacri valori della sinistra tradizionale. «Partito padronale», è stata l’espressione più usata. Al solito, due pesi e due misure. La polemica è morta lì, poiché da Bruxelles lo stesso Renzi ha respinto l’offerta. E seppure è vero che sarebbe stata una finzione dal momento che Matteo Renzi non verrà formalmente candidato alle elezioni europee, resta il fatto che il risultato della consultazione di fine maggio sarà comunque letto come un test. Ed essendo l’ex sindaco di Firenze sia premier sia segretario del Pd, ad essere testato sarà lui più di chiunque altro. Dal punto di vista delle possibili conseguenze negative, dunque, è come se il nome «Matteo Renzi» già figurasse sul simbolo elettorale. Ma non essendovi, scoraggerà un eventuale voto di opinione favorevole a lui ma critico rispetto al partito che dirige. Nel 2000, Massimo D’Alema individuò nelle elezioni regionali l’occasione per legittimarsi come premier, essendo al pari di Renzi andato al governo senza passare dalle elezioni. Perse e si dimise. L’impegno di Matteo Renzi sul fronte delle riforme e su quello europeo tende in primo luogo a scongiurare un analogo epilogo.