Robin Hood Renzi
Niente slide, niente toni da «televendita» e motti di spirito contenuti al minimo. E’ passato meno di un mese dalla pirotecnica conferenza stampa con cui Matteo Renzi annunciò i suoi propositi riformatori, eppure quello che ieri ha incontrato i giornalisti sembra già un uomo diverso. Più sicuro di sè, dunque meno bisognoso di trovate ad effetto. «Serio» e «prudente» sono gli aggettivi che spende sul Def. Aggettivi scelti in reazione allo scetticismo degli osservatori che fino a ieri dubitavano della sua capacità di trovare le «coperture» (cioè i soldi) per finanziare le riforme annunciate. Ora che i soldi ci sono, il premier si sente col vento in poppa e si capisce che la sua principale preoccupazione sia quella di accreditare non più il tenore di ogni singola norma, ma la filosofia generale che ispira il suo governo. Ovvero, togliere ai privilegiati per dare ai bisognosi. Un approccio alla Robin Hood. Emblematica la scelta di finanziare parte dell’abbattimento dell’Ipef ai lavoratori che guadagnano meno di 25 mila euro lordi aumentando le tasse che le banche dovranno pagare sulla rivalutazione delle quote di Bankitalia. Emblematica l’insistenza sui redditi dei manager pubblici. La logica è lampante: la riforma di province e Senato colpisce gli interessi dei politici; dunque, dato il buon esempio, si possono ora colpire i privilegi delle alte burocrazie pubbliche; e il tutto andrà a vantaggio di chi se la passa peggio. Un messaggio popolare. E infatti anziché schivare l’inviato delle ‘Iene’ come tradizionalmente facevano i premier che l’hanno preceduto, Renzi lo porta dalla propria parte e in conferenza stampa volentieri gli lascia la possibilità di rivolgergli una domanda ben sapendo che la risposta lo soddisferà. La domanda, manco a dirlo, era sul tetto posto agli stipendi dei manager. Anche la famigerata spending review nella retorica renziana ‘cambia verso’: non si tratta più di «tagli» alla spesa pubblica, ma di «giustizia sociale». Rientrano pure i propositi ribellisti rispetto alle regole europee. La linea ora è: adeguarsi rigidamente ai vincoli, per poi poterne legittimamente negoziare la revisione. E col ministro dell’Economia Padoan va in scena un perfetto duetto, concretizzato nella comune insistenza sul valore economico e sul peso ‘europeo’ della riforma del Senato. Guai, dunque, a chi dovesse ostacolarla: in ballo c’e l’interesse nazionale. E’ lo stesso Robin Hood-Renzi ad insistere sull’importanza dei «simboli». E simbolica è la scelta di aprire la piazza prospicente palazzo Chigi, piazza Colonna, tradizionalmente transennata durante i consigli dei ministri. Un modo per aprirsi idealmente al «popolo», vessato, di Nottingham.