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Il dire e il fare

Non è la prima volta che Matteo Renzi prende la parola dopo un Consiglio dei ministri per illustrare una provvedimento che non c’è: è già accaduto col taglio dell’Irpef. Il decreto venne dopo. Accadrà pure con la riforma della Pubblica amministrazione. Ed anche stavolta il tempo che intercorrerà tra l’annuncio e il fatto servirà a sondare le reazioni e a correggere il tiro. Chiaro che l’annuncite acuta che affligge il premier è dovuta alle imminenti elezioni europee, dai cui risultati dipenderanno la tenuta del governo e il destino di alcune riforme a partire da quella elettorale. C’è da credere che, se tutto andrà bene (cioè se il Pd supererà il 30%, se Grillo si terrà a distanza e se FI reggerà), Renzi passerà un po’ alla volta dall’annuncite acuta agli annunci ponderati. E’ infatti vero che l’attuale sistema consente di moltiplicare l’impatto mediatico di ogni riforma, come è vero che in questi due mesi di governo (due mesi appena) il continuo mettere nuova carne al fuoco ha reso Renzi popolare e la nazione ottimista. Ma alla lunga il meccanismo rischia di incepparsi e di ritorcersi contro lo stesso premier. Renzi ha costruito una retorica sul fatto che, a differenza dei suoi predecessori, lui indica non solo l’obiettivo ma anche «la data» in cui verrà realizzato. Ma obiettivi e date traballano. Gli incapienti sono stati esclusi, poi inclusi, poi nuovamente esclusi dal taglio dell’Irpef. La riforma del lavoro annunciata per marzo si completerà forse in luglio. La riforma del Senato annunciata per il 25 marzo è slittata a dopo le europee. La riforma della legge elettorale prevista per maggio è stata rimandata a settembre. L’intervento sull’ambiente per un miliardo e mezzo previsto il primo aprile è posticipato a novembre. La copertura dei 60 miliardi di debiti della Pa è rimbalzata da marzo a luglio, per poi ridimensionarsi in 13 miliardi attesi per il giorno di San Matteo (21 settembre). E sempre a settembre si riparlerà del taglio del 10% dei costi dell’energia annunciato per maggio. Buone e coraggiore riforme, ma — con un partito rissoso, una maggioranza eterogenea, un’élite burocratica ostile, le casse pubbliche vuote e un interlocutore instabile come Berlusconi — per realizzarle Renzi ha scoperto che occorrono più tempo e più mediazioni del previsto. Se non vorrà rimanere vittima delle proprie scadenze e dei propri annunci, dopo le europee dovrà cambiare passo. Lo sta già facendo.