Genny ‘a carogna, maestro di politica
C’è più senso politico in “Genny ’a carogna” che nei mille inquilini del parlamento. Mentre i politici di professione sembrano scoprire solo ora che negli stadi alligna la violenza e che i violenti interloquiscono da pari a pari con i rappresentati delle società calcistiche e dello Stato, lui, “Genny ’a carogna”, rilascia interviste per dare copertura politica alle inverosimili parole del questore di Roma: ma quale trattativa, noi ultras del Napoli non abbiamo trattato con nessuno e nessuno mai s’azzarderebbe a trattare con noi per decidere se una partita si possa giocare o meno… Balle, certo, ma balle politiche. Balle comunque migliori di quelle dei politici veri e propri, apparentemente sgomenti per la ritirata dello Stato di fronte alla violenza organizzata degli ultras e pervicacemente convinti che per risolvere il problema occorrano nuove e più dure norme. Balle, appunto. Le norme ci sono, quel che manca è il coraggio di applicarle. E non è il coraggio degli uomini evocato da Manzoni, è il coraggio dello Stato che manca. Manca perché manca lo Stato. E non essendoci lo Stato non resta che trattare, trattare sempre e con tutti, soprattutto con i violenti e i prepotenti. Accade ogni maledetta domenica tra capi della Digos e capi degli ultras. E accade in occasione delle manifestazioni politiche, attorno ai centri sociali e ai presidi no-tav. Nei giorni di Pasqua e Pasquetta, qualche centinaio di giovani ha occupato abisivamente una villa nei dintorni di Sinalunga per farne il teatro di un rave. «Lasciamo correre perché se interveniamo finisce come a Grosseto, dove uno dei nostri è stato ammazzato a bastonate…», spiegavano i carabinieri alle decine di residenti che telefonavano inferociti dopo la seconda notte inaspettatamente allietata dalla musica techno. Sventolava dunque sulla locale caserma dell’Arma la bandiera bianca e non perché si sia ritenuto che lasciar correre fosse il male minore (anche la violenza calcistica può essere considerata uno sfogo tutto sommato tollerabile dell’aggressività umana) ma per debolezza istituzionale congenita. Lo Stato, in Italia, è una finzione. Perciò chi lo rappresenta si sente in dovere di scendere a patti con chi lo minaccia ben sapendo che contrapponendosi ai violenti possono succedere solo due cose, entrambe sgradevoli: o le forze dell’ordine le prendono, e non ci fanno una bella figura; o le forze dell’ordine le danno, e subito vengono processate per aver abusato della violenza. “Genny ’a carogna”, insomma, è più forte e perciò — dando lezione di politica ai politici — può permettersi il lusso di fingersi debole.