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Quel leader che manca all’Europa

La campagna elettorale è finita, alzi la mano chi ha capito quali sono le proposte concrete dei partiti italiani sull’Europa. Sappiamo che Tizio ha paragonato Caio ad «Hitler», che Caio ha rilanciato evocando «Stalin», che per non sbagliare Sempronio ha giocato la doppia: «Hitler» e «Stalin» in un sol colpo. Molti insulti, molte promesse ‘domestiche’ e il tentativo comune a tutti di delegittimare gli avversari. Eppure, si vota per eleggere l’europarlamento e per indicare il presidente della Commissione europea. Si vota per la prima volta da che la crisi finanziaria ha travolto il continente mettendone a rischio la moneta e ufficializzandone l’inconsistenza politica. A questo siamo arrivati a causa dell’assurda pretesa di costruire un soggetto politico, l’Europa, prescindendo dalla politica e dal consenso. Ma i politici oggi non sembrano ardere dal desiderio di riscattarsi, occupando fattivamente gli spazi stoltamente delegati alle tecnocrazie europee. Si accontentano, chi più chi meno, di fare il possibile per intercettare il voto euroscettico. Voto maggioritario, perché l’impotenza fa rabbia e perché in effetti nessuno osa sostenere che l’Europa vada preservata così com’è. Così com’è, l’Europa esiste solo come freno alle economie nazionali degli stati membri. Tutti a parte la Germania. Occorre dunque un cambio radicale di prospettiva, ma scelte radicali richiedono uomini straordinari. Uomini come Helmut Kohl e Francois Mitterand, grazie ai quali la Germania tornò unita e la moneta unica cominciò idealmente a vivere: comunque li si voglia giudicare, due grandi progetti politici. Ma la Merkel non è Kohl e Hollande non è Mitterand. Gli Stati nazionali non esibiscono grandi leader, e Matteo Renzi è ancora troppo precario in Patria per poter ambire a qualcosa che assomigli ad una leadership politica europea. In compenso, i capilista dei partiti all’europarlamento sono tutti piuttosto fotogenici; peccato solo che, con rare eccezioni, nessuno di loro abbia mai fatto politica in Europa. Quanto agli aspiranti presidenti della Commissione, se la giocano per il Ppe l’ex capo dell’eurogruppo Jean-Claude Junker, personalità di spicco della maggioranza che ha fallito la prova di quest’ultima legislatura europea, e l’ex capo del gruppo eurosocialista Martin Schulz, il cui grigiore è pari solo al conformismo che lo caratterizza.  La verità è che a dare una svolta possono essere solo gli Stati membri. Ma gli Stati sono in crisi di  sovranità e chi oggi li guida non sembra avere qualità all’altezza della sfida. Niente leader carismatici, niente statisti visionari. Avanzano piccoli uomini sulle cui gambe cammineranno piccole idee: difficile confidare in svolte radicali. La vittoria dei cosiddetti «populismi» potrebbe rappresentare uno choc positivo, ma nel breve periodo l’Italia ne pagherebbe un conto salato.