Gli allievi della scuola del Giangio
MENTRE il ct Mauro Berruto e un po’ tutti i suoi giocatori si affrettano a dire che non hanno intenzione di montarsi la testa dopo aver vinto due volte di fila in Brasile (dove l’Italia non la spuntava da undici anni) nella World League, dal ritiro dell’altro gruppo azzurro, a Cavalese, arrivano parole che a mio parere fanno capire molto bene perché i ragazzi di questa nazionale, comunque vada a finire in campo, siano un gruppo che ha molto da dire all’Italia e dell’Italia moderna. Per chi è capace di ascoltare, ovviamente.
La storia la trovate raccontata per intero da Patrizia Niccolini sul sito ‘La voce del Trentino’, qui. In teoria, è una delle tante ospitate che gli sportivi fanno in una scuola, in questo caso l’istituto ‘La Rosa Bianca” di Cavalese. Nell’Auditorium, venerdì gli studenti si sono ritrovati davanti Andrea Giani, Davide Saitta, Andrea Giovi, Oleg Antonov e Michele Fedrizzi, per un incontro organizzato dai docenti di religione Michele Malfer, Cesare Bernard e Linda Serafini.
Andrea Giani è forse, avendo ‘già’ 44 anni, un giocatore che molti dei ragazzi presenti all’incontro non hanno potuto vedere in campo. Eppure la sua è una lezione che mi sembra attualissima: «Ho iniziato a fare sport a 7 anni e penso che nella mia famiglia ci sia un Dna particolare - ha esordito Giani -: mio padre ha praticato il canottaggio ed è andato anche alle Olimpiadi. Mio figlio, che ha 17 anni, gioca a basket nella Fortitudo e va ad allenarsi da Parma a Bologna. Frequenta la 4ᵃ liceo scientifico e coniugare studio e sport non è semplice ma lo sport aiuta a crescere e insegna molte cose. Io stesso sono grato allo sport perché mi ha fatto maturare, mi ha permesso di entrare in contatto con tante persone scoprendo culture, religioni, modi di vivere diversi che hanno ampliato il mio bagaglio di conoscenze. Da ognuno è possibile imparare qualcosa, basti pensare al fatto che la Nazionale è composta da giocatori provenienti da tutta Italia e alcuni sono naturalizzati», ha detto Giani, e se ho capito lo spirito dell’incontro, immagino che queste parole possano essere servite più di tanti sermoni.
Ma il Giangio è il Giangio, nel senso che i suoi messaggi li trasmette da tanti anni, ormai. E’ uno di quelli che potrebbe anche tirarsela, per quello che ha fatto nello sport. Ma è uno vero proprio perché non se la tira: «Ci sacrifichiamo come tanti altri che svolgono professioni che li portano lontani dalla famiglia, ma abbiamo la fortuna di fare un lavoro che è la nostra passione». Concetto sul quale si è soffermato anche Giovi, libero della Sir Safety finalista scudetto e vincitrice della Coppa Italia: «Sono nato in un paesino vicino a Perugia, poi sono andato a giocare in Calabria, a 700 chilometri di distanza da casa e per la prima volta mi sono trovato a vivere in appartamento da solo, un’esperienza che mi ha cambiato, costringendomi ad aprirmi e a crescere più in fretta. Lo sport è una dimensione significativa della vita in cui si sperimentano gioie e dolori: hai la possibilità di arrivare ai livelli più alti, ma ci sono molti sacrifici da fare. Non è semplice stare lontano da mia moglie e dai miei figli, ma sono scelte condivise, questo è il nostro lavoro e per me la pallavolo è una passione travolgente che mi porta a essere dove sono».
Saitta: «Io vengo da Catania e sono il terzo di quattro figli. Ho iniziato a giocare a Latina giovanissimo, per questo sono riconoscente ai miei genitori che mi hanno lasciato partire e hanno avuto fiducia in me. Giocare a pallavolo mi ha fatto capire il valore della libertà e delle regole e viaggiando ho imparato ad avere rispetto nei confronti degli altri. Vengo da una famiglia credente che mi ha educato ai valori cristiani, un conforto nei momenti difficili. Nell’ottica del cristiano anche la sofferenza e le difficoltà, lo stare lontano da casa, un infortunio, sono esperienze che aiutano a capire il senso della vita. Sono convinto che bisogna provare ad elevarsi dalla mediocrità e realizzare i propri sogni e lo sport aiuta a incanalare la voglia di riuscire».
Il vicino di casa è invece Fedrizzi, nato a Lona, in val di Cembra, oggi tornato alla Diatec Trentino: «Il mio esordio in serie A1 è coinciso con l’anno della maturità. Tra allenamenti e studio avevo poco tempo da dedicare agli amici e al tempo libero, ma quando si ha una passione così grande che ti dà molte soddisfazioni sono sacrifici che si fanno volentieri. A 18 anni sono partito dal mio paesino di 200 abitanti per andare a Roma a giocare nel Club Italia e quando sono tornato mia madre non mi riconosceva più, sono maturato in fretta e sono contento di aver fatto questa esperienza». Infine, l’italiano dal cognome straniero, Oleg Antonov, figlio di uno degli opposti più forti che abbia mai visto giocare, mancino terribile della Russia e del Cska Mosca a cavalli tra gli anni ottanta e novanta: «Anche se ho origini russe, dentro mi sento italiano e ho sempre sognato di giocare in Nazionale. Per me è un’esperienza umana importante, la Nazionale è simbolo di integrazione di giocatori stranieri, una grande opportunità per noi e anche per la squadra che diventa sempre più forte».
Beato il paese che può contare su ragazzi così disposti al sacrificio e senza paura di partire.