Ohibò, sono tutti renziani!
Raccontano che un importante giornalista Rai si sia presentato al potente sottosegretario renziano Luca Lotti esibendo «radici toscane». Come a dire: io, te e Renzi siamo fatti della stessa pasta. Ricorda oggi Francesco Storace che quando, vent’anni fa, An andò al governo, «un notissimo giornalista venne apposta dall’America nel mio ufficetto vicino a quello di Fini per dirmi che suo nonno, buonanima, aveva fatto la marcia su Roma». Cambiano i tempi, ma l’italica inclinazione a correre in soccorso del vincitore è sempre la stessa. «Vedo molti commentatori del giorno dopo…», osserva il portavoce del Pd Nicodemo. Per i politici, poi, è questione vitale. Nota infatti un renziano della prima ora che «appena sette mesi fa, noi renziani rappresentavamo un terzo dei gruppi parlamentari, oggi siamo i tre quarti». Vecchia storia: nessun argomento è più convincente del successo.
Con l’evidente speranza di ‘bruciarlo’, durante una direzione del Pd il dalemiano Orfini invitò Renzi a prendere il posto di Letta a palazzo Chigi. «Questione seria, ne riparleremo», rispose il segretario spiazzandolo. Sei giorni dopo notificò a Letta lo sfratto. Ebbene, pare che nei giorni scorsi Orfini si sia vantato con un fedelissimo del premier a nome dei ‘Giovani tuchi’: «Tutto questo è stato merito nostro, Renzi dovrebbe ringraziarci». Chiosa un renziano toscano, ma toscano vero: «Siamo di fronte a un caso di conversione politica di massa: la minoranza del Pd è ormai composta da ultrarenziani». Tra questi figura anche Romano Prodi, che non spese una parola a favore del pupillo Letta nei giorni del blitz su palazzo Chigi. E che ieri sul Messaggero celebrava la vittoria di Renzi grazie alla quale «L’italia sarà più forte contro il rigore» imposto all’Europa dalla Germania. «Spera di fare il capo dello Stato», ringhia un renziano.
Massimo D’Alema invece spera (invano) di fare il commissario europeo. Perciò, teneramente dice «io e Matteo ci scambiamo messaggini come fanno i ragazzi» e chiaramente loda «la forza innovativa e il dinamismo» del Rottamatore; al quale però ricorda che senza «l’impegno di tutti» il 40% non l’avrebbe preso. Nulla invece sembra voler ricordare Nico Stumpo, centravanti di sfondamento del bersanismo. Pare frastornato: «Non ci era mai capitato di vincere così, è una cosa completamente nuova…». Nuova, certo, e piacevole. Basta leggere l’Unità, che lo scorso anno in prima pagina definì Renzi un fascista e ieri in prima pagina celebrava a nove colonne «l’effetto Renzi».
I Veltroni, i Franceschini, i Fassino e le Moretti si sono convertiti ormai da mesi. Certo, l’avessero fatto ai tempi delle prime primarie la storia d’Italia sarebbe cambiata. E non in peggio: ci saremmo risparmiati la Lista Monti, la ridiscesa in campo di Berlusconi che ha frenato e frena il rinnovamento del centrodestra, il governo Letta… Che dire? E’ la vita. E’ la natura umana. E poi, il successo è oggettivo e non occorre essere dei voltagabbana per riconoscerlo e goderne. «Chapeau», diceva ieri Rosy Bindi a Renzi. E a Renzi il renziano Gentiloni rivolge un monito: «Col 40%, ovvio che ora tutti si dicano renziani. Ma sotto la nuova facciata covano ancora vecchie appartenenze, soprattutto quella cgiellina. Quando Matteo metterà mano alla riforma del lavoro temo possa risvegliarsi…».