Vent’anni di Modena City Ramblers
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Fuori tema, un’altra volta. Ma ci sono di mezzo degli amici, e allora segnalo volentieri questa intervista che mi ha concesso l’amico Massimo Ghiacci, uscita ieri nella pagina degli spettacoli del Resto del Carlino. In realtà, volendo la pallavolo potrebbe anche entrarci, visto che uno dei motori dei Modena City Ramblers, Franco D’Aniello, è amico del ct Mauro Berruto e sogna di poter scrivere un giorno l’inno della nazionale di volley.
VENT’ANNI e venti dischi passati a battere sul tamburo degli ideali, per scoprire che i giovani di oggi chiedono valori come quelli di allora. Forse i Modena City Ramblers non si aspettavano di durare così tanto, quando nel 1994 uscì il loro primo disco, ‘Riportando tutto a casa’, titolo dylaniano per contenuti irlandesi. Di sicuro, oggi che sta iniziando a portare il giro l’ultimo prodotto discografico, il doppio cd+dvd live intitolato 20, la band è pronta a fare un piccolo bilancio della carriera. Per voce di Massimo Ghiacci, bassista, uno dei fondatori del gruppo.
Ghiacci, vent’anni dopo che cosa è cambiato, quando salite sul palco?
«Per quanto mi riguarda quasi niente, ed è il motivo per cui stiamo ancora insieme. Abbiamo avuto cambiamenti, come è normale per qualsiasi gruppo musicale, ma quando si accendono le luci sul palco proviamo ancora la stessa emozione. Siamo più esperti, possiamo affrontare meglio gli imprevisti tecnici. Ma abbiamo ancora lo stesso entusiasmo quando suoniamo al concerto del Primo maggio o in una sagra della birra»
Il fatto che siate ancora di moda, con testi così impegnati, significa che l’Italia è sempre quella?
«No, il paese è cambiato e onestamente non abbiamo la presunzione di identificare la nostra produzione con la storia dell’Italia. Ci siamo piuttosto creati una nicchia, facendo una musica popolare senza pretese elitarie, e abbiamo saputo cantare con onestà la nostre cose. Il bello è che ci sono giovani di oggi che sentono la coerenza di quello che diciamo».
Il nuovo disco è il vostro diario?
«Intanto è il primo disco che davvero restituisce la nostra dimensione live, perché quello degli inizi, Raccolti, era una situazione unplugged in un pub. Stavolta i nostri brani sono divisi in una prima parte molto ritmica che rispecchia le influenze dei Pogues o dei Manonegra, una più intima con le ballad, e infine le canzoni più combat folk. Per l’occasione sono tornati a suonare con noi alcuni vecchi compagni di viaggio come Cisco Bellotti, Luciano Gaetani e Giovanni Rubbiani»
Qual è stato il momento peggiore, in vent’anni?
«Quando abbiamo perso Luca Giacometti, il nostro bouzukista, nel 2007 in un incidente stradale. Gli addii artistici fanno parte della vita di una band, la morte no».
Il migliore?
«Quando abbiamo suonato a San Cristobal in Chiapas davanti ai bambini degli zapatisti, in quel momento ho capito che la nostra arte aveva una continuità con la realtà e non era qualcosa di astratto».