Kevin, il busker del volley
DALLE PALME della California a quelle di Lugano, prendendo cazzotti dalla vita, ma trovando sempre la forza per rialzarsi. E’ una storia sull’altalena tra riscatto e frustrazione, quella che arriva dalla Svizzera e che racconta la parabola di Kevin Fischer, ex giocatore della nazionale rossocrociata, oggi musicista ambulante con un figlio di undici anni da mantenere. L’ha raccontata benissimo Sara Bracchetti sul sito del Ticino ‘Tio’, qui .
E’ una storia che purtroppo parla di questi tempi di crisi con toni che ricordano molto una canzone di qualche anno fa, ‘Don’t give up‘, cantata da Peter Gabriel e Kate Bush oppure da Willie Nelson e Sinead O’Connor, allora credevo che parlasse di problemi lontani e invece poi sono arrivati anche da noi. Il problema della disoccupazione in età non più verdissima, per esempio, anche per chi ha sicuramente qualità da spendere sul mercato del lavoro.
Kevin Fischer ha fatto una vita da giramondo, prima di tornare in Svizzera. Oggi ha cinquantuno anni, è nato a Basilea da una mamma ‘bella come Grace Kelly‘, ha vissuto a Los Angeles da quando aveva sei anni fino ai ventidue. E’ tornato per giocare con la nazionale di volley elvetica, poi ha sfruttato la laurea in economia con indirizzo sul marketing per entrare da impiegato alla Cornèr Banca ed uscirne da condirettore nel 2008. Licenziato senza spiegazioni diverse da un ‘è venuto meno il rapporto di fiducia’, racconta lui. Era in vacanza alle Hawaii con moglie e figlio, quando è tornato il tesserino per entrare in ufficio non funzionava più. Da allora, è iniziata una china passata anche per la separazione dalla moglie e la fine di un progetto di dieci mesi come consulente. Suonava su un ponte per non sentirsi solo a Zurigo. Ha iniziato a farlo per tirare su qualche soldo. Fino a qualche settimana fa lo faceva con un amplificatore al parco Ciani, poi tre poliziotti gli hanno impedito di continuare. Ora si esibisce al ristorante ‘Il Golosone’ di Massagno, una sera a settimana. E a ‘Tio’ ha fatto alcune considerazioni che mi sembrano interessanti.
La prima sul motivo per cui scelse il volley, da ragazzo: “Perché piaceva alle donne. Venivano a guardarci a Santa Monica beach. Gli uomini del beach volley si dice che siano i più belli di Los Angeles. I calciatori sono troppo piccoli, i cestisti troppo grandi, i pallavolisti l’ideale”.
La seconda sulla causa della fine delle esibizioni al parco Ciani: “Quando sono venuti i poliziotti ho mostrato loro i permessi, come sempre. Mi hanno detto che con l’amplificatore non si poteva. E senza è inutile. La mia musica piaceva a tanta gente, ma un reclamo vale più di molti apprezzamenti”.
La terza sul motore della sua vita: “Riesco a reagire per merito di Alex. Ha undici anni e mi dà una grande forza. Avere un figlio in affidamento è la mia fortuna”.
La quarta su un futuro al quale non vuole arrendersi: “Non voglio entrare in assistenza. E’ un buco nero da cui non si esce più. Non passa giorno in cui io non cerchi un lavoro. Ma persone della mia età e con la mia esperienza non si assumono in qualunque posizione. Anche quella di capo contabile sarebbe troppo poco. I responsabili delle risorse umane ragionano così”.
Sul bilancio della sua vita: “Ho giocato nella nazionale di pallavolo, l’ho resa grande. Ho portato il beach volley in Svizzera. Ho fatto discese meravigliose in snowboard sul Monte Rosa, ho fatto crescere la Cornèr banca. Sono estremamente contento di ciò che ho dato e ricevuto. Poi, un giorno, tutto questo è finito. Potrei essere arrabbiato con la mia ex che mi ha lasciato, con la banca che mi ha licenziato. Ma in fondo, chi sono io? Sono solo una storia fra molte”.