Prandelli-Bearzot, questioni di stile e di scelte
Premessa: sulle minacce non si scherza. Se l’ex ct, Cesare Prandelli, dice che lui e la sua famiglia sono stati oggetto di minacce bisogna credergli. Sulle minacce non si scherza e l’ex ct della Nazionale italiana merita non solo il massimo rispetto ma anche la massima solidarietà possibile. Perché le critiche, anche feroci, sono un discorso, le minacce o le aggressioni verbali un’altra. Detto questo, però, alla luce della prima conferenza turca di Prandelli ci sono un paio di punti sui quali riflettere. Riflessioni che vengono meglio se uno, nel 1982, era già se non adulto quantomeno in grado di intendere e capire. Il termine di paragone è Enzo Bearzot. Paragone impietoso pensando al fatto che il “grande vecio”, Enzo Bearzot, fu capace di conquistare i mondiali del 1982 (contro tutto e contro tutti), dopo aver per altro raggiunto il quarto posto nel 1978. Sarebbe arrivato anche l’eliminazione del 1986, ma anche quella è un’altra storia. Torniamo a Prandelli e Bearzot: il termine di paragone non è il palmares, ma il criterio delle scelte. Bearzot aveva ben compreso i limiti del ct. Non un allenatore, che possa lavorare fianco a fianco con un gruppo, per un periodo lungo, ma un selezionatore. Uno capace di costruire un gruppo, magari a discapito di un grande giocatore o, comunque, di un elemento che, numeri alla mano, avrebbe avuto tutto il diritto di occupare un certo ruolo. La scelta, vincente, di Bearzot, fu capire questo. Nel 1982 – per questo abbiamo provato a coinvolgere nel ragionamento chi, di fatto, ha almeno una cinquantina d’anni – Roberto Pruzzo era il bomber del campionato, il centravanti migliore, più efficace e affidabile. Il giocatore con il maggior numero di reti. Sulla carta, appunto, la scelta ideale per la Nazionale.
Ma una squadra di club è una cosa, la Nazionale un’altra. Bearzot scommise (e in questo fu anche un po’ fortunato, ma la fortuna non è certo una colpa) su Paolo Rossi. Affidandosi, per il resto, a Ciccio Graziani, che forse non era un campionissimo, ma sapeva far gol e sapeva stare nel gruppo. Chiamò anche Altobelli (chi fece il terzo gol nella finale con i tedeschi dell’Ovest?) e pure Selvaggi che, in Spagna, di fatto, fece il turista. Bearzot, soprattutto, seppe costruire un gruppo vero. Capendo che, solo il gruppo, solo una forte identità di squadra, avrebbe potuto consentire all’Italia (con un pizzico di fortuna, ma anche con tanta grinta e determinazione) di arrivare lontano.
Ecco le differenze tra stile e scelte. Anzi, solo di scelte. Perché se parliamo di stile, dopo l’eliminazione del 1986 (e credeteci, la critica non fu tenera con Bearzot), il “grande vecio” si prese le sue responsabilità. Non rinnegando le scelte che aveva fatto fino a un mese prima. Come invece ha fatto Prandelli. Basta, all’uopo, leggersi i giudizi di Balotelli. Durante il mondiale per il ct (Prandelli) era un campione, oggi per l’ex ct (sempre lui, Prandelli) assolutamente no. Possibile sia così difficile trovare un briciolo di coerenza in questo mondo?