Katia Serra, una vita in rovesciata
Dal Qs-Il Resto del Carlino edizione di Bologna in edicola oggi
KATIA SERRA, 41 anni, di Anzola, è la prima donna ammessa al corso federale per direttore sportivo con indirizzo tecnico. Ex calciatrice con 25 presenze in nazionale (1 gol), 316 presenze in serie A (70), 151 in serie B (58), cresciuta nel Bologna, ha giocato anche a Lugo, Modena, Verona, Lazio, Cervia, Reggiana e in Spagna nel Levante, vincendo 1 scudetto, 3 coppe Italia, 3 supercoppe italiane e la coppa Uefa femminile. Ha vinto uno scudetto under 14 come allenatrice. Commenta il calcio maschile per la Rai.
UN ALTRO GOL ai pregiudizi. Katia Serra ormai c’è abituata, ad essere la prima donna in un mondo maschilista come quello del calcio. Per lei ogni giorno è una sfida, fin da quando era la bambina che batteva i maschietti ad Anzola. Oggi l’ex calciatrice bolognese segna un nuovo record e apre un altro cancello della mentalità: è la prima donna italiana ammessa al corso federale per direttori sportivi, che si terrà a Coverciano dal prossimo 22 settembre.
SOPRATTUTTO, c’è entrata senza bisogno di beneficenza: il regolamento prevedeva l’ammissione obbligatoria di una donna come ‘quota rosa’, lei è stata ammessa con punteggi da ‘maschio’ al corso ad indirizzo tecnico, liberando l’altro posto per una collega.
Katia, lei è già stata calciatrice, è allenatrice con patentino Uefa, è commentatrice tecnica televisiva. Perché vuole fare il ds?
«In realtà neanche io so davvero che cosa farò da grande. Mi sono iscritta a questo corso perché voglio farmi trovare pronta se dovesse capitare un’occasione, e perché questo è l’unico tassello che manca al mio percorso tecnico, dopo aver preso il diploma da videoanalista, per fare scouting».
Se è per questo ha anche il diploma Isef e la laurea in scienze motorie, entrambi con 110 e lode.
«Pensi che all’Isef ho ritrovato la professoressa Rizzi, che avevo avuto alle medie Pascoli, ad Anzola».
Dove le si allenava con i maschi, ma non poteva giocare. Tranne che nel ‘torneo delle vie’.
«E’ vero, i regolamenti non consentivano a una bambina di giocare in campionato. Nel torneo di Anzola mi rifacevo, vincevamo sempre noi di via Calanchi, e io ero capocannoniere. Prima avevo vissuto al casello di Santa Maria in Strada».
Al casello?
«Mio padre Nando faceva il ferroviere, con mia madre Pina e mio fratello Max abitavamo nella casa cantoniera».
Poi i binari della vita l’hanno portata a vincere lo scudetto, in nazionale e fino alla Liga spagnola, da calciatrice.
«Sì, quella al Levante è stata la mia ultima stagione in campo, ho avuto tanti infortuni».
Poi è arrivata la Rai.
«E’ stata l’unica volta in vita mia che mi sono trovata al posto giusto al momento giusto. Ero a vedere Italia-Francia femminile, a Gubbio. Giancarlo Padovan era a capo della divisione femminile, mi chiese se mi sarebbe piaciuto fare il commento tecnico. Non ci avevo mai pensato, mi sono buttata. E’ stata la mia fortuna».
Il vero scoglio è stato il passaggio dalle partite femminili a quelle della Lega Pro.
«E quest’anno mi occuperò anche di A e B per Rai International, mi capiterà anche di commentare il Bologna. Sì, il vero salto è stato quello. Lo devo alla fiducia che mi dimostrarono Marco Mazzocchi ed Eugenio De Paoli».
Lei ha recitato anche nello spot della Peroni, in cui le donne battono gli uomini nella ‘partitona’ sulla spiaggia.
«E’ stato divertente, abbiamo girato a Punta Ala, per tre giorni mi hanno trattato come un’attrice, ero servita e riverita. Io vengo dalla campagna, nel calcio femminile siamo abituate a lavarci le magliette…Mi fece effetto».
Chissà quante battutacce, in un ambiente così maschilista.
«Più che altro, all’inizio mi sentivo un’estranea, qualcuno addirittura si rifiutava di parlare con me, o mi diceva che essendo donna dovevo stare zitta. Per fortuna, alla lunga anche quelli si sono dovuti ricredere. Una mano me la diede anche Renzo Ulivieri, l’ex allenatore del Bologna».
Come?
«Al corso per allenatori ero l’unica donna tra settanta uomini che mi squadravano ed erano visibilmente scettici. Dopo due giorni, Ulivieri mi chiama alla lavagna a spiegare una cosa. Li ho convinti, e da lì sono diventata una di loro».