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L’unità di cui Renzi ha bisogno

Ieri, a Bologna, Matteo Renzi avrebbe potuto rispondere per le rime a Massimo D’Alema che ne ha denunciato l’inconcludenza, a Pier Luigi Bersani che ne ha deprecato l’atteggiamento vacuo e leaderistico, a Rosy Bindi che l’ha accusato di aver scelto le sue «ministre» sulla base della sola avvenenza, o a Susanna Camusso che lo ha paragonato sia a Monti sia a Tremonti. Nessuna replica, invece, nessuna polemica. Anzi. Il premier ha spalmato una coltre di miele sull’intero Pd: ha ringraziato uno ad uno i precedenti segretari, ha fatto l’elogio del «partito plurale», ha invocato una segreteria «unitaria». L’ha fatto perché parlava in casa, alla Festa dell’Unità, e di chi vive in quella casa politica ben conosce l’insofferenza verso le divisioni interne. Ma non solo. L’ha fatto anche perché mai come nei prossimi mesi avrà bisogno di un partito compatto. Il parlamento, e in modo particolare il Senato, è già ingolfato di provvedimenti e se il premier vuole cominciare a depennare qualche voce dalla lista delle riforme promesse ha bisogno del pieno sostegno dei propri gruppi parlamentari. In cima alle priorità c’è la riforma del mercato del lavoro (Jobs Act) annunciata per lo scorso marzo e poi slittata anche a causa delle resistenze interne. Dalla qualità di quella riforma discenderanno il giudizio degli investitori internazionali sull’Italia e la disponibilità dei partner europei ad un’interpretazione flessibile dei trattati. Altro che «patto del tortellino» tra leader più o meno azzoppati della socialdemocrazia europea, il futuro del governo e la sua forza in Europa passano per la riforma del lavoro. Ed è un passaggio stretto. Dunque perfetto per chi intende ordire tranelli e organizzare agguati. In Senato, dalemiani, bersaniani e più in generale tutti i filocgiellini e gli antirenziani del Pd stanno già affilando le penne per scrivere i relativi emendamenti. Renzi lo sa, e perciò si rivolge alla classe dirigente del partito invocando compattezza e alla base accreditandosi come argine ad un assai ipotetico taglio del costo del lavoro. Il rischio, per Renzi, e di non essere in grado di varare la riforma che vorrebbe o di doverla approvare con i voti di Berlusconi, non a caso ieri graziato dalla vis polemica che il premier ha invece indirizzato alla volta del leghista Salvini e dei grillini. Sul lavoro, Renzi non può mostrarsi debole. E’ infatti vero che gode di un indice di popolarità ancora alto, ma anche Monti potè contare sulla fiducia del 64% degli italiani. Che, però, poi svanì. Ovvio che l’appeal di Renzi non sia paragonabile a quello di Monti. Ovvio anche che la retorica renziana dell’uomo politico in lotta contro le èlite tecnocratiche e l’establishment parassitario funzioni. Ma un’ulteriore impennata del già ampio spread tra la popolarità che il premier riscuote nelle masse e quella che gli riservano le élite e gli apparati lo metterebbe di fronte a una scelta obbligata: tornare precipitosamente al voto. Nei giorni scorsi, l’ex amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni ha enunciato una verità sgradevole: «Siamo in mani altrui. Se il ‘New York Times’ scrive che Renzi è un pirla, Renzi va a casa». E se Renzi non riformerà il mercato del lavoro in maniera convincente, il ‘New York Times’ di certo scriverà che è «un pirla».