Interlagos, tu chiamale se vuoi emozioni
Quando sono andato in Brasile per i mondiali di calcio, mi sono reso conto, una volta di più, di quanto la passione di quel paese per la Formula Uno sia andata scemando.
Credo fosse inevitabile.
Il ventennio caratterizzato da figure mitiche come Emerson Fittipaldi, Nelson Piquet e Ayrton resterà probabilmente irripetibile. E non sto qui a gettar la croce su Barrichello o su Massa (per tacere di Diniz). E’ andata così, pace.
Rimane il fascino indiscutibile di Interlagos.
Io su quella pista ho lasciato un brandello di cuore, per noti motivi datati 2007.
Ma ricordo benissimo anche altre situazioni.
La mia prima volta nel 1990, quando Prost sulla Rossa sfruttò un raro errore di Senna e andò a vincere.
E ancora la surreale corsa del 1995, quando tornammo per un Gran Premio in Brasile senza Ayrton.
Ma anche l’umtima volta di Schumi da ferrarista, nel 2006.
O la beffa patita da Massa nel 2008.
Per tacere dell’epilogo tumultuoso del 2012, una domenica che ha cambiato il tragitto di molte carriere, non importa se giustamente o meno.
Di sicuro presto o tardi qualcuno dei sapientoni che governano la baracca salterà fuori a dire che Interlagos non va più bene per l’automobilismo post moderno.
Sarà l’ennesima, inutile, desolante fesseria.