Elezioni presidenziali/1. De Nicola o della ‘questione monarchica’
Iniziamo una carrellata sui presidenti della Repubblica italiana e, in particolare, sulle modalità, gli scontri e le polemiche che riguardarono la loro elezione, in vista del prossimo appuntamento, quello che, ai primi di febbraio del 2015, segnerà la nomina del successore di Giorgio Napolitano. Abbiamo puntato, per ogni Presidente e ogni elezione, a soffermarci sulle trattative e gli scontri tra i partiti durante le votazioni. Molto meno sulle figure, le personalità e, tantomeno, il settennato dei medesimi presidenti italiani per evitare di scrivere articoli-monstre. Un’avvertenza. Specie le elezioni di epoca Prima Repubblica (1946-1992) implicano un tuffo in pratiche, riti, simboli e generi di un mondo politico che ormai non esiste più, ma che è molto difficile da rievocare se non dando per scontate una considerevole massa di informazioni, date, nomi, etc Speriamo che il lettore non ce ne voglia se, in alcuni passaggi, potremo apparire criptici o oscuri. Era la politica italiana, a essere fatta così…
Enrico De Nicola (1946) o della ‘questione monarchica’.
Il primo Presidente della Repubblica (o, meglio, Capo provvisorio dello Stato, dal I luglio 1946 al 31 dicembre 1947 e solo per pochi mesi, dall’entrata in vigore della Costituzione, il I gennaio 1948 fino al 12 maggio 1948, presidente della Repubblica) è stato Enrico De Nicola (Napoli, 1877 – Torre del Greco, 1959). Avvocato napoletano, di orientamento politico liberale, colto ma dal carattere bizzarro e scostante, prudente ai limiti dell’indecisione, De Nicola viveva a Torre del Greco in compagnia solo della sua perpetua ed era famoso per la sobrietà e lo stile austero, ai limiti del pauperismo, dei suoi costumi come per la sua onestà.
Croce o Orlando? Nessuno dei due. Togliatti punta su De Nicola.
La candidatura di De Nicola viene fuori quasi per caso, dentro il crogiuolo dell’Assemblea costituente (allora Camera rappresentativa unica perché il vecchio Senato, di nomina regia, era stato abolito), i cui rapporti di forza erano usciti dalle elezioni politiche del 2 giugno 1946, contestuali al referendum monarchia-repubblica, vinto dalla Repubblica ma con un Sud uscito prevalentemente monarchico. Eppure, proprio in quel momento, le maggiori cariche politiche sono occupate da due convinti repubblicani, oltre che, geograficamente, dei settentrionali: il trentino Alcide De Gasperi, oltre che leader della Dc, è capo del governo, il e piemontese Giuseppe Saragat, allora ancora esponente del Psiup, da cui si staccherà provocando la scissione di palazzo Barberini (1947) e dando vita al Psli (poi Psdi), è presidente dell’Assemblea costituente. La Dc, spaventata dai consensi monarchici al Sud, voleva eleggere Vittorio Emanuele Orlando, presidente del Consiglio ‘della Vittoria’ (nel 1919), ma il suo nome non piace alle sinistre. I socialisti, che allora ancora avevano il nome di Psiup, puntavano sul filosofo liberale Benedetto Croce, che però è avversato dalla Dc: “troppo laico”, dicono. Dal canto suo, il Pci boccia subito il nome di Orlando, che per i comunisti si è esposto troppo a favore dei Savoia. Ed è proprio Palmiro Togliatti, il leader del Pci, che per un momento aveva accarezzato anche l’idea di candidare il grande direttore d’orchestra, esule negli Usa durante il fascismo, Arturo Toscanini, a escogitare la soluzione De Nicola. Gli altri partiti si adeguano rapidamente, compresa la Dc e De Gasperi, ancora a capo di governi di Cnl, cioè di unità nazionale che vedono la partecipazione, a pieno titolo, anche di Psiup e Pci, oltre che di vari partiti laici e repubblicani (Pd’Az, Pri, Pli, Dl). Tutto questo accade, peraltro, già vari mesi ‘prima’ che si aprano le votazioni vere e proprie.
De Nicola è di provata fede monarchica (nel 1943 è lui a inventarsi la formula della ‘luogotenenza’ che permette a Umberto II di governare senza essere re in vece dell’odiato Vittorio Emanuele III che ha appena abdicato), ma è rimasto defilato durante la battaglia referendaria. Inoltre, è un moderato che non si è mai compromesso troppo con il regime fascista, anche se c’è chi gli rimprovera l’atteggiamento acquiescente verso il I governo Mussolini (1922) quando De Nicola era presidente della Camera.
Il presiedente bizzoso e dal cappotto rivoltato’.
Il guaio è che De Nicola è più noto per le rinunce che per i sì.”De Nicola, decida di decidere se accetta di accettare” lo canzonano sui giornali della destra. Prima di essere eletto, Saragat e De Gasperi lo cercano più volte al telefono, temendone il ‘gran rifiuto’. Lui risponde serafico, ma solo dopo molti tentativi: “mi inchino alla volontà popolare”. All’atto del giuramento, che avviene il I luglio 1946 nella sala della Lupa di Montecitorio e non al Quirinale, si fa attendere per ore dai deputati e da tutte le alte cariche istituzionali, provate da un caldo africano. Arriverà con un’ora di ritardo, dopo un lungo viaggio in automobile privata da Napoli a Roma. Rifiuterà sempre di risiedere al Quirinale, palazzo dei Papi prima e dei Re poi, preferendogli palazzo Giustiniani, oggi sede del presidente del Senato. Scostante e bizzoso, si dimette ‘per un giorno’ nel maggio del 1947, terrorizzato dalIe conseguenze della rottura tra De Gasperi e le sinistre e, dunque, anche del patto politico che lo ha eletto. La Costituente lo rieleggerà il giorno dopo. Epici furono i suoi scontri con De Gasperi. Celebre il suo cappotto rivoltato, con cui partecipa a tutte le cerimonie ufficiali, e il suo rifiuto dell’appannaggio presidenziale (12 milioni di lire).
Le modalità dell’elezione (28 giugno 1946, I scrutinio).
De Nicola viene eletto al primo colpo, e cioè al I scrutinio, il 28 giugno 1946 dall’Assemblea costituente. Il candidato “di tutti e di nessuno” prende ben 396 voti su 501 votanti con un quorum fissato a 323 in quanto i Grandi Elettori sono, primo e solo caso nella storia repubblicana, solo 537. Lo votano tutti i principali partiti dell’Assemblea costituente (Dc, Psiup, Pci) in modo compatto, ma alcuni gli negano il loro consenso apertamente. Pri e la Concentrazione democratica di Ferruccio Parri danno i loro 40 voti a un candidato di bandiera, Cipriano Facchinetti (Pri). L’Uomo Qualunque assegna i suoi 32 voti, anche qui una prima volta assoluta, a una donna. Si tratta di Ottavia Penna-Buscemi, baronessa, ma antifascista, anticomunista ma anche monarchica, “l’unica donna qualunque presente a Montecitorio”, gonfia il petto Giancarlo Giannini, commediografo e giornalista, fondatore dell’Uomo Qualunque, candidata “contro un mondo politico incancrenito”. Parole che riecheggiano fin troppo facilmente quelle di… Beppe Grillo.