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Elezioni presidenziali/2. Einaudi o della ‘questione democristiana’

Continuiamo con la nostra carrellata sulle elezioni dei presidenti della Repubblica italiana. Siamo nel 1948 e tocca, dopo De Nicola, napoletano monarchico bizzoso (vedi), a un liberale piemontese rigoroso e austero, Luigi Einaudi.

Il quadro geopolitico mutato. Una ‘cortina di ferro’ è calata sull’Italia.

Dalla comune stesura della nuova Costituzione repubblicana, entrata in vigore il I gennaio 1948, i giorni dell’Assemblea costituente (1946-47) alle prime elezioni presidenziali del primo Capo dello Stato italiano, tra i maggiori partiti politici italiani che hanno combattuto insieme nella Resistenza, formato il Cnl, fatto campagna e votato per la Repubblica contro la Monarchia e gestito diversi governi di coalizione, è cambiato tutto. Una ‘cortina di ferro’ è calata non solo tra i Paesi dell’Est sovietico e dei regimi comunisti e quelli dell’Occidente capitalistico e democratico, ma anche in Italia. Prima, agli inizi del 1947, la scissione di palazzo Barberini dà vita a un nuovo partito di sinistra, il Psli, filo-atlantico e filo-occidentale, contrario all’unità delle sinistre contro la Dc. Poi, il 18 aprile, arrivano le prime elezioni politiche italiane. Le sinistre, unite nel Fronte Popolare, si illudono di poter rivaleggiare, se non di poter battere, la Dc guidata da Alcide De Gasperi. Ma i rapporti di forza, rispetto alle elezioni per l’Assemblea costituente del 2 giugno 1946, ne escono radicalmente cambiati. La Dc passa dal 35,2% a un clamoroso 48,5% (305 seggi alla Camera) e, grazie all’appoggio dei partiti laici (Pri, Pli, Psli) con cui ha formato governi di coalizione da quando le sinistre sono state ‘sbarcate’ dai governi di Cnl (marzo 1947), gode della maggioranza assoluta in entrambe le Camere. Psi e Pci, che avevano sfiorato, come somma, il 40% dei voti nel ’47 (20,7% il Psi e 19,0% il Pci), pur uniti nel Fronte popolare crollano al 31% (183 seggi alla Camera) del ’48. I socialdemocratici filo-occidentali di Saragat, uniti ad altre formazioni minori sotto il simbolo di Unità socialista, prendono invece un ragguardevole 7,1% (33 seggi Camera). Briciole a tutti gli altri.

L’elezione di Einaudi o della ‘questione democristiana’. I ‘professorini’. 

E’ in questo quadro che urge eleggere il primo Capo dello Stato a Camere riunite. Le sinistre vorrebbero la riconferma dell’uscente De Nicola, di cui hanno imparato ad apprezzare lo “scrupolo di imparzialità” e, soprattutto, i diversi diverbi con De Gasperi. De Nicola, che c’ha preso gusto, briga un po’ per succedere a se stesso, poi capisce che non è aria e si fa da parte. Alla Dc serve un presidente che sancisca, anche sul piano istituzionale, la rottura politica con il fronte delle sinistra, la scelta di campo filo-atlantica, il saldo ancoraggio nell’orbita delle democrazie capitalistiche e liberali, un europeismo filo-occidentale. I candidati che rispondono a tali requisiti sono due ed entrambi lavorano al fianco di De Gasperi: Carlo Sforza, ministro degli esteri, e Luigi Einaudi, ministro del Bilancio e governatore di BankItalia. Sforza, ben visto dagli alleati, è il vero candidato di De Gasperi, ma è osteggiato dalla sinistra dc, il cui leader era il padre costituente Giuseppe Dossetti, il generale di campo Giovanni Gronchi, i giovani emergenti Amintore Fanfani e Giorgio La Pira, detti anche ‘i professorini’. De Gapseri controlla il partito, ma la sinistra dc ha discrete truppe.

De Gapseri vorrebbe Sforza ma non decolla, compaiono i ‘franchi tiratori’.

Diplomatico, repubblicano, filo-atlantico e a lui fedelissimo: De Gasperi punta tutto su Sforza, ma sul suo nome l’ostilità della sinistra dc si somma all’odio delle sinistre socialcomuniste e persino alla diffidenza della sinistra moderata di Saragat, che si deve far perdonare il suo filoatlantismo. Le tante chiacchiere sulla vita privata di Sforza, scampolo impenitente, e sul suo anticlericalismo, fanno il resto. Il 10 maggio, al primo scrutinio, Sforza raccoglie appena 353 voti su 833 votanti contro le ben 396 schede recanti il nome De Nicola, che pure si è ritirato. Insomma, è la prima volta dei ‘franchi tiratori’ nel segreto dell’urna. A quel punto i comunisti cercano di tirare un colpo gobbo a De Gasperi accordandosi con la sinistra dc per eleggere Einaudi ma prima del IV scrutinio in modo da rendere i loro voti decisivi. La sinistra dc ci sta, ma De Gasperi sventa la manovra. In un primo momento, La Pira dice di sì, ma la trattativa Pci-sinistra dc non decolla. Alla fine, è lo stesso Dossetti ad accordarsi con De Gasperi dicendo al Pci: “Il Parlamento è fatto per votare, non per discutere”. De Gasperi non ama Einaudi, che pure ha chiamato al governo per il suo credo liberista e la sua collocazione filoatlantica, oltre che per la sua competenza economica, ma capisce che se vuole vincere con la maggioranza assoluta dei voti al IV scrutinio deve farlo diventare il suo cavallo.

“Sette anni di Einaudi, ma ti rendi conto?”.

“Sette anni di Einaudi, ma ti rendi conto?”, sospira De Gasperi rassegnato con il più giovane e più fidato dei suoi collaboratori, Giulio Andreotti. E tocca proprio ad Andreotti l’ingrato compito di portare a Sforza la notizia che la Dc lo ha scaricato. Il conte, asserragliato nel suo studio, stava già ripassando il discorso presidenziale. Ma i suoi compagni di partito (Pri), Ugo La Malfa e Rodolfo Pacciardi, provano, in extremis, a convincere Saragat, che aveva dato indicazioni di votare Ivanoe Bonomi, a difendere la candidatura Sforza in cambio di poltrone e ministeri. “Sono Saragat, non un mercante di vacche”, risponde piccato il futuro capo dello Stato. Quello stesso giorno, l’11 maggio, Einaudi viene eletto da un’ampia maggioranza di centrosinistra mentre il Fronte popolare ripiega in blocco su una candidatura di bandiera e un nome vecchissimo, quello di Vittorio Emanuele Orlando, votato senza annuncio anche dall’Msi: Orlando ottiene 320 voti, ma Einaudi ne ha 518.
E così, a 74 anni, l’economista liberale Luigi Einaudi (Carrù, Cuneo, 1874 – Roma, 1961 ), piemontese al midollo, diventava il primo presidente della Repubblica italiana. Monarchico, liberale doc, senatore del Regno nel 1919, antifascista convinto (nel 1924 aderì all’Unione nazionale di Giovanni Amendola e nel 1925 firmò il manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce), in esilio in Svizzera, governatore della Banca d’Italia dal 1945 e ministro a Bilancio, Tesoro, Programmazione economica nei governi De Gasperi a partire dal 1947, Einaudi era un uomo austero, rigoroso, modesto. Amante del vino, che coltivava nella sua Dogliani, claudicante da una gamba, De Gasperi lo convince a trasferire la residenza da palazzo Giustiniani al Quirinale, che diventa la residenza ufficiale del Presidente della Repubblica. Einaudi farà ben poco parlare di sé e, da buon amante della scrittura, sintetizzerà la sua concezione del ruolo del Capo dello Stato come quello di un presidente ‘notaio’ in un libro di riflessioni sul settennato, ‘Lo scrittoio del Presidente’.

Modalità di elezione di Einaudi (11 maggio 1948).
Luigi Einaudi viene eletto presidente della Repubblica l’11 maggio 1948 al IV scrutinio. I Grandi elettori erano 900 e il quorum fissato a 451. Einaudi prende 518 voti su 871 votanti (29 le schede bianche) e viene votato da Dc, Pri, Pli, Unione socialista. Termina il mandato il 25 aprile 1955. La sua elezione fu la prima proclamata a Camere riunite da Giovanni Gronchi, presidente della Camera, e Ivanoe Bonomi, presidente del Senato.