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Elezioni presidenziali/3. Gronchi o della ‘questione socialista’


Riprendiamo l’excursus sulle elezioni presidenziali della Repubblica Italiana. Dopo De Nicola (vedi) ed Einaudi (vedi), è il turno del dc di sinistra Giovanni Gronchi.

La legge truffa e l’esaurirsi della formula del centrismo (1953-55). 

Dal 1948 al 1955 non è cambiato solo lo scenario internazionale e in parte le condizioni socio-economiche dell’Italia, ancora alle prese con la Ricostruzione e in pre-boom industriale, ma anche nell’agone politico è cambiato molto, se non tutto. A partire dal principale partito italiano, la DC. Nel 1952 il partito di De Gasperi introduce quella che le opposizioni di sinistra bollano come ‘legge truffa’: assicura un premio del 65% alla lista o liste che ottengono 50,1% (sono 380 deputati). Dc e partiti laici minori, dopo una durissima battaglia parlamentare e un ostruzionismo anche violento delle opposizioni, riescono a far approvare la legge. Alle politiche del 1953 si vota così ma il premio non scatta per un pugno di voti (54 mila voti, pari allo 0,2%). Il colpo per la Dc è doppio: ottiene solo 263 seggi alla Camera contro i 305 del 1948 (40% contro il 48%) mentre le sinistre risalgono dal 31% al 36% (22,7% il Pci e 12% il Psi) e le destre (msi e pdium: 5,8% e 6,6%) mietono consensi. Dopo Pella e Fanfani, che guidarono temporanei governi monocolore dc, Scelba e Segni formano governi di coalizione con Pli e Psli che pure durano poco. De Gasperi, amareggiato, lascia nello stesso 1953 e si ritira a vita privata. Dal 1954 il nuovo segretario della Dc è Amintore Fanfani, eletto a un congresso, quello di Napoli, che per la Dc è una specie di rifondazione: diventa un partito di massa, ma nascono ufficialmente anche le ‘correnti’. Nella Dc si parla con sempre più insistenza di aprire un dialogo con i socialisti e il leader del Psi, Pietro Nenni, al congresso di Torino (1955) apre per la prima volta a una collaborazione con la Dc. Vaticano, movimenti cattolici, Confindustria, grandi industriali e agrari sono fermamente contrari a ogni collaborazione tra Dc e Psi.

L’elezione di Gronchi o della ‘questione socialista’.

Arriva la primavera del 1955 ed è tempo di eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Nessuno vuole la riconferma di Einaudi, neppure il presidente uscente (“Sono troppo vecchio”), tranne i liberali. Fanfani, che pensa e lavora in grande, vuole il Quirinale per sé. Il candidato ufficiale della Dc diventa, su suo input, Cesare Merzagora. Sembra il nome perfetto: 57 anni, ministro del Commercio estero con De Gasperi, senatore senza tessera eletto come indipendente nella Dc, economista di tendenze liberali, da presidente del Senato, quale era in quel momento, ha difeso le prerogative parlamentari gridando “W il Parlamento!” dal suo banco. Anche Scelba, allora capo del governo, vorrebbe Merzagora al Quirinale, ma dentro la Dc il dissenso che covava silenzioso esplode: sia la sinistra dc, raccolta intorno al nome della rivista ‘Cronache sociali’, che la destra di Andreotti e Gonella vogliono ‘dimezzare’ Fanfani e puntano su Giovanni Gronchi, tra i leader più in vista della sinistra e in quel momento presidente della Camera.
La sinistra dc e il Pci di Togliatti, che nel 1948 era giò riuscito a far cadere la candidatura del conte Sforza proprio grazie all’appoggio di Dossetti, iniziano le ‘grandi manovre’ per silurare Merzagora e per promuovere “l’uomo del Parlamento” come era definito Gronchi. Soprattutto, Gronchi era l’uomo che si era opposto, nel 1947, all’ingresso dell’Italia nella Nato e alla ‘cortina di ferro’ Usa-Urss. Sulle prime, però, Togliatti preferisce starsene alla finestra e non essere precipitoso scegliendo una candidatura di bandiera, Parri.
Così, il 28 aprile 1955, quando si apre la seduta plenaria del Parlamento per eleggere il nuovo Capo dello Stato, arriva il primo colpo di scena: al I scrutino, il candidato ufficiale della Dc, Merzagora, non supera i 228 suffragi, benché i democristiani presenti e votanti siano 380. Più voti (308) di lui li prende proprio il vecchio leader azionista e presidente del Consiglio del I CNL (1945) Ferruccio Parri, sostenuto come nome di bandiera da Pci e Psi. Einaudi, pur ritiratosi, di voti ne ottiene comunque 120, Gronchi 30. Merzagora vorrebbe desistere, ma Fanfani insiste, sicuro del fatto suo. Si illude persino che, in un secondo momento, anche il Psi e il Pci confluiranno. Al secondo scrutinio, che si tiene nello stesso pomeriggio, Merzagora scende ancora, a 225 voti, Einaudi a 80, Gronchi balza a 127. Ma il dato più clamoroso sono le 332 schede bianche: socialisti, comunisti, missini, monarchici e democristiani antifanfaniani. Infine, in serata, al terzo scrutinio, Gronchi passa in testa con 281 voti contro i 246 di Merzagora. Le schede bianche, 195, sono pronte a saltare sul carro del vincitore alla quarta tornata.
E’ un trionfo per gli antifanfaniani dc che hanno già deciso di puntare su Gronchi: tra loro c’è, ovviamente, la sinistra dei ‘ptofessorini’ e il raggruppamento di ‘Concentrazione’ (Andreotti, Tognoni, Pella) che però rappresenta la nuova destra del partito. Una coincidenza degli opposti, quella tra destra e sinistra interna, unite solo dall’odio verso Fanfani. Insomma, un vero guazzabuglio.

E’ Gronchi a leggere il nome ‘Gronchi’ sulla scheda…

Segue un sanguinoso regolamento dei conti interno alla Dc. Scelba va da Gronchi sperando di convincerlo a ritirarsi: “La tua candidatura – gli dice – rischia di apparire come il preludio a una svolta antiamericana e antiatlantica della nostra politica estera”. Gronchi va su tutte le furie: “Ma come, mi avete eletto presidente della Camera, e ora non vado bene come presidente della Repubblica?!”. Fanfani si illude ancora di riuscire a piegare la sinistra dc e, la sera del 28 aprile, Merzagora è ancora convinto di farcela: “Domani mattina al Quirinale salgo io…” dice agli amici. E’ notte quando Mariano Rumor telefona a Merzagora per informarlo: la Dc ti ha mollato. Fanfani, capito il gioco contro di lui, prova a sondare le altre correnti con alcune soluzioni di riserva (Piccioni e Segni), poi capisce che deve solo amministrare la sconfitta, presentando Gronchi come il candidato di tutta la Dc per cercare di rendere ininfluenti i voti delle sinistre. A quel punto, però, sono Togliatti e Nenni a fare la loro mossa: convergere i loro voti su Gronchi. Il giorno dopo, il 29 aprile, è lui, Gronchi, a leggere il suo nome sulla scheda estraendole dall’urna, sapendo che ce l’ha fatta. L’elezione di Gronchi, infatti, passa a larga maggioranza (658 voti) e Merzagora non prende neppure un voto.

Modalità di elezione di Gronchi (658 voti, IV scrutinio)

Giovanni Gronchi (Pontedera, 1887 – Roma 1977), tra i fondatori del Partito popolare, già sottosegretario del primo governo Mussolini, dichiaratamente ostile al centrismo degasperiano e alla Nato, nonché fautore dell’apertura ai socialisti, Giovanni Gronchi viene eletto presidente della Repubblica Italiana il 29 aprile 1955, al IV scrutinio: i Grandi elettori sono 843, il quorum (a partire dal IV scrutinio la maggioranza dei voti diventa semplice e non più di 2/3) è fissato a 422, i votanti sono 833, i voti raccolti da Gronchi 658. A votarlo sono quasi tutti i partiti presenti in Parlamento: Dc, Psli, Pci, ma anche Msi e monarchici. Ottengono voti Einaudi (70), da parte di Pli e Psdi, mentre 92 sono le schede bianche (tra cui il Pri, ma anche molti democristiani), due le schede nulle, 11 i voti dispersi. Gronchi, entrato in carica l’11 maggio 1955, termina il suo mandato l’11 maggio 1962.

La presidenza Gronchi. Nascono le ‘esternazioni’. Il governo Tambroni.

L’elezione di Gronchi è stato un vero disastro per la Dc e la sua maggioranza: la Dc ne esce frammentata e disunita, i suoi alleati disorientati, il governo indebolito mentre le sinistre ottengono un inaspettato risultato. Eleggere un anti-atlantico e disponibile al dialogo a sinistra. Gronchi si dimostra un presidente-interventista: l’ostilità di Scelba alla sua nomina la ripaga subito costringendolo alle dimissioni: è la prima volta di un Capo dello Stato a un premier. L’influenza dei poteri presidenziali e le innovazioni rispetto al ruolo del presidente-notaio (De Nicola ed Einaudi) saranno indelebili.
Già il primo discorso di Gronchi da presidente è per nulla formale e tutto politico. Invita la maggioranza a “far entrare nell’edificio dello Stato le masse lavoratrici” (cioè il Pci e il Psi). Tuona contro “la dittatura dei partiti” e “l’oligarchia burocratica” che “minacciano la libertà del Parlamento”. Poi esorta a “contrastare il dominio delle multinazionali in Italia” (Gronchi è vicino all’Eni di Mattei), “attuare una vera politica di programmazione democratica ed eliminare i dislivelli sociali persistenti nel Paese”. Saragat, furibondo, sbotta: “Abbiamo anche noi il nostro Peròn italiano. Il Peròn di Pontedera”.

Nascono con Gronchi anche le ‘esternazioni’, non più sottoposte al vaglio preventivo del presidente del Consiglio. La novità è talmente forte che, il 24 novembre 1955, il senatore Sturzo presenta una interrogazione parlamentari contro i discorsi di Gronchi. Il quale ai suoi collaboratori dirà, con accenti pirandelliani: “Possibile che un capo dello Stato non abbia diritto a parlare? Non e’ ammissibile che la costituzione preveda un presidente impagliato! Io so chi sono!”. E’ sempre di Gronchi la prima visita presidenziale all’estero, e proprio negli Usa (1956). C’era chi voleva impedirglielo o farlo ‘supplire’, nei giorni dal presidente del Senato Merzagora, suo antico rivale, che rinunzia, trovando giustamente assurda l’idea.

Il paradosso è che la sua presidenza passerà alla storia, oltre che per alcuni lati di costume (la censura a Tognazzi e Vianello in Rai, le molte amanti di cui si favoleggiava, etc.) per aver fatto ‘una cosa’ di destra. La nomina a premier, nel 1960, di un suo fedelissimo Fernando Tambroni, che viene dalla sinistra Dc, per un “governo del presidente”. In teoria, dovrebbe aprire a sinistra, ma la fiducia Tambroni la ottiene solo con l’appoggio esplicito dell’Msi. E’ la prima volta dalla Liberazione e nessun altro partito prende bene la cosa. Le sinistre scatenano scontri di piazza da Genova, dove l’Msi voleva celebrare il suo congresso, a Reggio Emilia, dove la polizia spara sui manifestanti e ne uccide cinque. Tambroni è costretto a dimettersi e, per la nemesi della politica, torna in servizio Fanfani. Il quale, con Moro, darà vita ai veri e propri governi di centrosinistra, dalla fine del 1960 in poi. Una curiosità: fu proprio questo primo monocolore dc, a guida Fanfani, sostenuto da partiti laici e centristi nonché dall’astensione parlamentare dei socialisti e dei monarchici, a essere ribattezzato da Aldo Moro delle ‘convergenze parallele’.