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I diabolici, capolavoro mancato di Hitchcock

Parigi, primi anni Cinquanta. Maurice Ravinel, protagonista de ‘I diabolici‘ (Boileau-Narcejac, Adelphi, 2014), è un tranquillo agente di prodotti per la pesca. Intelligente nel suo piccolo: ha inventato delle mosche finte da usare come esche che sembrano identiche a quelle vere. Giovane, ancora senza figli, Ravinel vive a Parigi, è sposato da pochi anni con Mireille e ci sta bene. Perlomeno finché non decide di ucciderla.

Ma cosa ha fatto di lui un crudele assassino? L’ingordigia, sì, ma quella di Lucienne, l’amica di sua moglie. Maurice, per dire, non sa neppure come ha fatto a diventare sua amante. E se è per questo non sa neppure come lo ha convinto a far firmare a Mireille un’assicurazione sulla vita. Fa tutto lei, anche quando decidono di attirare Mireille a Nantes, in un appartamento preso in affitto, per annegarla nella vasca da bagno, riportare indietro il corpo in auto e poi gettarlo nel canale dove Mireille va ogni giorno a lavare i panni. Avrebbero simulato un annegamento fortuito, intascato l’assicurazione, e si sarebbero rifatti una vita insieme, al sole caldo di Antibes.

Niente panico: tutto ciò accade nelle prime pagine. E sarebbe bastato ad Alfred Hitchcock per farne un capolavoro. Infatti secondo Truffaut, i due giallisti francesi Pierre Boileau e Thomas Narcejac, all’epoca esordienti, scrissero il romanzo ‘Celle qui n’était plus’ proprio con l’intento di presentarlo a Hitchcock. Non ci riuscirono: i diritti andarono a Henry Clouzot  che ne fece un ottimo film, ma scombinando inutilmente trama e personaggi.

Il motivo? Lo si intuisce dal finale di quest’opera, che Adelphi ha deciso di riportare in libreria dopo anni di oblio (l’originale è del 1952 ma in Italia apparse nei Gialli Mondadori solo nel 1981 e non fu mai ristampato). Un libro che, se si considera l’anno di pubblicazione, rende giustizia all’intraprendenza dei due Fruttero e Lucentini d’Oltralpe. E poco importa se il loro noir risente dello stile pettinato e sempliciotto della letteratura popolare di quei tempi; mantenendo un certo sapore antico nei dialoghi e una carica ansiogena tutta suspence e perdite di tempo. Elementi molto diffusi nei gialli tascabili dell’epoca, quando per spaventarci a morte gli autori non potevano avvalersi delle scorciatorie splatter concesse e abusate al giorno d’oggi.

Ne ‘I diabolici’, per intenderci, non c’è neppure una goccia di sangue. Niente dita mozzate, nessun braccio sfilacciato penzolare dai tendini del suo fu proprietario. Eppure ogni pagina è angoscia e fiato che manca. E il miracolo è che, perlomeno da un certo punto in poi, non respira neppure il lettore, che prova addosso con sempre maggiore aderenza l’incubo del povero Ravinel. Che si trascina nella nebbia dell’inverno francese e passa di bar in bar per cercare di convincersi che è tutto normale: il cadavere di sua moglie non è potuto sparire nel nulla, quelle lettere che riceve non ha potuto scriverle lei e i segni dei suoi avvistamenti sono, per forza, frutto dei suoi nervi scossi.

Mai stato una pietra miliare della letteratura francese (altrimenti lo avremmo già in biblioteca), ‘I diabolici’ è un divertissement godibile e veloce e per questo altamente consigliato ai veri amanti della lettura fine a se stessa, in quanto tale. Ah, per i più curiosi c’è una piccola rivincita: i due giallisti esordienti andarono avanti, pubblicarono molti altri noir e uno di questi, ‘La donna che visse due volte‘, riuscì nell’intento primario. Divenne un capolavoro di Hitchcock.