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Zerocalcare non si dimentica

zerocalcareUn fumetto che contende il posto ai best-seller, nelle classifiche dei libri più venduti. Sicuri che non sia un errore? In Italia, poi. Dove un gigante del genere come Sergio Bonelli, autore, poi editore di successo, solo pochi anni fa raccontava: “Io, figlio dell’inventore di Tex, per anni mi sono vergognato a spiegare che lavoro facesse mio padre. Perché dire ‘disegna’, nella Milano dell’industria e della finanza degli anni ’70 era uguale a dire ‘fannullone'”.

Già. Perché un libro può essere una feccia di luoghi comuni e voyerismo, può raccontare vita, malefatte e miracoli (quali poi) di un calciatore analfabeta e non ancora trentenne e avere però diritto a stare in libreria. E poi un’ottima narrazione, ma fatta di testo e disegni, in genere è relegata in nicchie per appassionati. Ecco perché ci si stupisce a trovare nelle classifiche di vendita – tra un Umberto Eco e un Michel Houellebecq – nientemeno che un fumetto. ‘Dimentica il mio nome’: un graphic novel (cosa non si fa per non dire disegni), a firma di un ragazzo che vive a Rebibbia e fino a un mese fa dava ripetizioni di francese, e si fa chiamare col nome di una vecchia lavatrice, Zerocalcare. ‘Dimentica il mio nome’ (Bao Publishing, 2014) è il suo quinto libro e in quattro mesi ha già collezionato tre ristampe e 100mila copie vendute.

Cifre, inaudite per un fumetto, che oggi neppure un capolavoro della letteratura darebbe più per scontate. Cosa è successo? I casi sono due. Primo: i disegni di Zerocalcare sono così ben fatti che nessun appassionato di fumetti, ma proprio nessuno, anche i vecchi amanti di Tex, ha saputo resistervi. Due: il suo racconto generazionale – quell’eterna adolescenza precaria che non può permettersi un’auto e figurarsi un figlio o un mutuo – è stato così ben raccontato sul suo blog e sui social network da aver attirato in libreria persino quelli che finora se n’erano stati ben alla larga.

Ipotesi entrambe vere, ma non sufficienti a giustificare il successo di quest’opera, che ancora non accenna a spegnersi. Serve qualcosa di più, ed eccolo servito. ‘Dimentica il mio nome’, oltre a un tratto grafico degno della migliore arte e a una facilità nella descrizione del mondo che fa invidia ai registi cinematografici, questa volta ha dalla sua parte pure un segreto. Qualcosa di indicibile e banale con cui tutti – presto o tardi nella vita – abbiamo dovuto fare i conti. I nonni. Proprio loro perché, lo vogliamo o no, è con la loro morte che si diventa davvero adulti. Perché quando l’aspetto familiare della loro senilità, dice l’albero delle generazioni, a un certo punto com’è scritto scompare, ci obbliga a guardare negli occhi (fatte salve le sciagure) il senso profondo della vita.

È successo di recente a Michele, il ragazzo in carne, ossa e ripetizioni di francese che si nasconde nella felpa di Zerocalcare. Ha elaborato la cosa per due anni e oggi il suo racconto – così naturale da apparire spiazzante – è in grado di violentare i nostri ricordi più profondi e personali. Ovvero quel giorno in cui, di fronte alla scomparsa di quell’ancient maman, la vecchina affettuosa della nostra infanzia, siamo stati costretti pere un attimo considerarla donna, a soppesarne la vita, la gioventù, il percorso, gli errori, gli amori, i segreti. Frugando nelle sue cose materiali e in un sapere familiare di pubblico dominio tra gli adulti che a noi bambini, perfino da grandi, per comodità è stato precluso.

Chi è quella donna, allora? Non era fatta solo per consolarci e difenderci sempre? Aveva una vita e, ammesso che sì, come l’ha vissuta? Ed ecco che impetuoso il suo nome, quello vero, dimenticato per anni, riemerge inedito. La storia della nonna di Michele, se c’è, non dura che dieci pagine. Il resto è un dolceamaro riaffiorare di ricordi in cui tutti, nessuno escluso, ci sentiamo e siamo coinvolti. È un indagare inedito, un film mai visto, in cui ogni particolare anche il più banale, è in grado si suonarci sconvolgente e segreto. Finché, quando tutto sembrava già particolarmente complicato da accettare, ecco arrivare la fiction. Fatta di animali parlanti, protagonisti eletti e verità irresponsabili. Un bel viaggio, percorso d’un fiato, senza smettere mai di immalinconirsi e sorridere. E magari ridere. A crepapelle, soli sul divano, come dei cretini. Ecco il timbro di Zerocalcare. Ancora convinti che non sia letteratura?