Quel folletto di José Gonzalez
Una chitarra classica, e José Gonzalez vola. Svedese dal nome argentino, ha appena pubblicato ‘Vestiges & Claws‘ per l’indipendente Imperial Recordings (ma alle sue spalle c’è la Mute, una controllata Universal). Voce e chitarra, corde di nylon, unghie al posto del plettro. Di rado qualche overdrive. La batteria è un colpo di polpastrello sulla cassa armonica.
Due gli sviluppi di tale condotta: una noia pazzesca o un evento memorabile. Chi lo ha detto, intanto, che una classica è roba da chierichetti? La verità, pazzesca nel 2015, in un mondo di elettricità, campionamenti e distorsioni, è che per chi sa bene dove e come mettere le mani (troppo facile dire: la sinistra sulle corde, la destra sulla buca) una chitarra classica può essere lo strumento più hard-rock che ci sia.
Oppure può essere un’orchestra. Capace di sfumature, armonie e una tale complessità di suoni differenti da tener testa alle band sempre più popolose cui siamo stati abituati dal Duemila in poi. Una volta c’era il songwriter con la chitarra da un lato, e c’erano le band dall’alto. E una band era fatta di basso, batteria, voce e due. Al massimo ci si poteva permettere una tastiera al posto di una delle due chitarre. Oggi, invece e per fortuna, se non hai con te un violoncello, una fisarmonica o dei fiati, non sei nessuno.
E poi c’è José Gonzales. Non è l’unico, sia chiaro. Prima di lui Devendra Banhart e, per non fare gli esterofili, anche Carmelo Pipitone dei Marta sui Tubi o Pino Daniele avrebbero qualcosa da dire in merito. Il trucco è sempre lo stesso di sempre: agire contemporaneamente su due linee, melodia e armonia, e lavorare sullo strumento per estrarne le sfumature. Preferendo la dinamica dei fruscii e la fisica del tocco alle sovrastrutture postume, in studio di registrazione. E poi il ritmo, fornito battendo la cassa armoniche con le dita libere, i piedi sul pavimento o i battiti di mani.
Il risultato può essere grottesco o può essere un disco del genere. Dove brani come ‘Stories we build, stories we tell’ sembrano suonati da almeno sei elementi e la chitarra di ‘Leaf Off’ è in grado di trasformare quel nylon in metallo duro. Completa il quadro una voce melodica e piena, che emerge quando serve, come in ‘Open book’ o nell’introduzione, ‘With the ink of a ghost’ a dare spazio a testi semplici e sufficientemente visionari. Come immaginare una band composta da un folletto canterino, una mano sinistra e una mano destra. Tre in tutto. I miracoli della musica.