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Nove volte Negrita

 Un elogio alle chitarre, ai bassi pieni, al quattro quarti. È questo, meglio dirlo subito, che i Negrita, ultima e rediviva band della scena rock italiana anni Novanta, ci negavano da troppi anni. Persi nei mojito sudamericani, nel fisiologico cambio di pelle dell’età adulta, li avevamo visti rotolare verso sud e, da lì, chi s’è visto s’è visto.

Non un periodo rinnegato: se ne ritrovano ancora gli echi in questo ‘9’ (2015, Universal), come in ‘Que serà, serà’. Nove è il numero degli album da studio pubblicati dal 1991 in poi. Il disco arriva dopo quattro anni di silenzio e sacrosanta distrazione. Coraggiosa, anche. Perché il mondo dei talent e del successo di fiamma, le pause non le prevede. Basta un anno di silenzio e sei morto, superato, calpestato dall’infornata successiva. Ti toccherà poi sputare sangue e risalire la china, sgomitando in tv tra i quindicenni, com’è toccato al povero Filippo Neviani, in arte Nek.

Ma c’è da dire che la tv, questi scapestrati rocker aretini, non l’hanno mai davvero amata. Onestamente ricambiati, sebbene non estranei al jet-set, ma tant’è: mai una comparsata, un’esperienza da giudice di talent, una sorpresa a una fan piangente dalla De Filippi. Solo un Sanremo: antichi anche in questo. Era il 2003, il brano era ‘Tonight’, e da quel momento, dopo dodici anni e altrettanti pezzi epocali (‘Ho imparato a sognare’, ‘Hollywood’, e prima ancora ‘Cambio’ o ‘Sex’ hanno reso meno drammatica la morte della new wave italiana), i Negrita hanno iniziato ad andare in affanno.

Stanchi, si diceva: il rock, come il punk, sa uccidere di noia e morte lenta. Per reagire, come molti prima di loro,  anche senza scomodare i Clash, a un certo punto Pau e soci hanno preferito il Sudamerica. Ritmi in levare, brani aerei e qualche chitarra per sentirsi a casa. La china, onestamente, era in discesa. Nel rock, a questo punto, le strade sono due: sciogliersi o insistere come nulla fosse, correndo rischi altissimi.

Complicatissima la terza via. Che consiste nel fermarsi a un passo dal precipizio. Prendersi il tempo che serve. Ragionare, fare altro. E sparire per sempre oppure, a un certo punto, tornare. Lo hanno fatto i Negrita, dopo quattro anni di musical e facezie. Rintanandosi in uno studio del centro Irlanda. Poche settimane intense, canzoni nate in presa diretta. Ispirazione a fiumi e qualche apprezzabile stupore. Come in ‘Se sei l’amore’, che nasce ballad, grazie a un’inattesa tastiera (preziosa mutazione offerta dal polistrumentista Guglielmo Ridolfo Gagliano, che trova eccellente espressione anche nella londinese ‘Niente è per caso’), a cui si innestano un basso possente (Giacomo Rossetti, anche lui è una degna new entry) e un coretto smaccatamente ‘love’.

Neanche il tempo di storcere il naso che parte il marchio di fabbrica: suoni saturi, distorsione calda, carica, in tensione. Nel miglior timbro Negrita nessuno spazio è mai lasciato vuoto: piuttosto ci sono i riff incrociati, la voce graffiante e una sezione ritmica che non lascia scampo. La spina dorsale di questo disco, che è fatto anche di sberleffi. Prendere ‘Ritmo umano’ per credere, oppure ‘Baby in love’ e, su tutte, ‘L’eutanasia del fine settimana’, film di certe notti urbane per cervelli spenti. L’ironia è quella di fabbrica, che si esprime a sberle sonore, con i toni di Pau e le corde incrociate di Drigo e Mac. Finale in crescendo, ripartenza in gran carriera. Voto nove. Bentornati.