Non chiamatela depressione, il copilota era folle o allucinato
Non si dica che era depresso. Andreas Lubitz ha avuto un comportamento folle, punto e basta. La polizia setaccia la casa del copilota tedesco della Germanwings alla ricerca di indizi che possano spiegare perché ha diretto l’aereo in picchiata sulle Alpi fino a schiantarsi. Sono stati trovati stracciati i certificati di malattia, compreso quello per il 24 marzo. Lubitz non doveva lavorare, ha nascosto la sua malattia al datore di lavoro e ai suoi colleghi.
Ma perché il copilota non se ne stava a casa in convalescenza? E perché gli è stato permesso di continuare a volare? Carlo Altamura, professore ordinario e primario di psichiatria della Fondazione Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, ha affrontato i problemi dell’identità lavorativa, e ha parlato dell’aumento dell’incidenza di suicidi, che si registra sopratutto in Nord Europa, al recente congresso della Società italiana di psicopatologia. «Di questo signore non sappiamo granché – commenta il professor Altamura – non sappiamo se aveva alle spalle una storia clinica. Se gli avessero diagnosticato una malattia mentale lo avrebbero notificato di sicuro alla compagnia aerea. Di fronte a chiari problemi psichici i piloti perdono l’idoneità al volo e vengono lasciati a terra». Ma lo psichiatra ritiene improbabile che il copilota avesse una malattia mentale riconosciuta dai medici. Occorre distinguere.
Un conto sono i disturbi di adattamento, delusioni come quella di essere lasciati dalla ragazza. In quei casi c’è un ripiegamento interiore, passa la voglia di vedere gli amici, ma sono crisi che vanno a posto e si superano, disturbi legati a fattori ambientali dove si riconosce un nesso di causa-effetto. Altra cosa il comportamento che abbiamo visto nella tragedia dell’Airbus, Lubitz che si barrica all’interno del cockpit, un atteggiamento di tipo psicotico. «Quando leggo di certe etichette, tipo che quello era un depresso – spiega il prof Altamura – sento il dovere di rettificare. Possiamo solo dire che quell’uomo aveva perso il rapporto con la realtà. Chiamatelo psicotico, non è depresso, magari aveva una malattia non riconosciuta. Le psicosi possono essere di vario tipo, anche legate a uso di sostanze psicotrope o droghe, come la cocaina».
Ma chi sono i soggetti potenzialmente a rischio? È probabile che siano i pazienti della post-modernità, detti così perché caratterizzati da fragilità, narcisismo, dipendenza da sostanze, patologie in crescita, e c’è anche il gambling legato al problema del gioco, lo shopping compulsivo che porta all’indebitamento e lo stress lavorativo. Dunque c’è depressione e depressione. Quando si arriva al cosiddetto punto di rottura si parla di slatentizzazione dei disturbi dell’umore (ad esempio il disturbo bipolare) associati a elevato rischio suicidario, e bisogna affidarsi allo psichiatra.