Quando la F1 faceva Pasqua in pista
Più di una volta mi è capitato di far Pasqua all’interno di un autodromo.
E’ anche capitato che autorità religiose lamentassero la concomitanza tra un evento ‘pagano’ come un Gran Premio e i riti della Resurrezione.
A livello emozionale, la Pasqua da corsa che più mi è rimasta impressa nella mente è quella del 1998.
Domenica 12 aprile.
Buenos Aires.
Io nella capitale argentina avevo un taxista a mia disposizione. Un signore panciuto simpaticissimo. Si chiamava (si chiamerà ancora così, dopo quella data la F1 non è più tornata laggiù) Hanibal. Tifosissimo del Boca, fanatico di Maradona, di sicuro non troppo attento alle vicende dell’automobilismo.
Però Hanibal su una cosa non transigeva. Tutte le mattine, quando mi scarrozzava dalla zona della Casa Rosada al circuito, implacabilmente mi salutava così: ‘Non ci sarà mai più un pilota grande come Fangio’.
Uhm. Il patriottismo!
Venne dunque il sabato delle qualifiche e non sembrava possibile, per la Ferrari, fermare la McLaren, già padrona dei primi due Gp della stagione. Al sabato Schumi fece il secondo tempo dietro Coulthard, però onestamente le speranze erano pochine.
E infatti, essendoci la Pasqua di mezzo, a me venne in mente un progetto bislacco.
E se il sabato sera avessi preso un aereo, destinazione Italia?
In fin dei conti, la domenica di Pasqua i giornalisti della carta stampata non lavorano, a Pasquetta i quotiidiani non escono.
Feci quattro conti. Il modo di riuscirci ci sarebbe stato. E tra l’altro sarei stato comunque a casa, davanti a un televisore, per assistere alla corsa. Alla peggio, non mi sarebbe mancato il modo di recuperare.
Quasi quasi…
Non so bene come si sparse la voce del mio avventuroso disegno, peraltro tutto da verificare. Però, a metà del pomeriggio del sabato, incrociai un meccanico della Ferrari. Un mio vecchio amico. Mi rifilò una tremenda manata sulla spalla, quasi spostandomi una clavicola. E poi strillò: Michael dice che sarà una gran bella domenica.
Sottinteso: adesso voglio proprio vedere come fai a dirigerti verso l’aeroporto.
Non mi ci diressi.
La domenica mattina arriva Hanibal a prelevarmi sotto l’albergo. Io avevo trovato un biglietto per lui. Ah no, mi disse, verso sera gioca il Boca, debbo presentarmi alla Bombonera.
Allora facciamo così, gli risposi. Tu vieni a vedere il Gp, appena dopo la bandiera a scacchi scappiamo via insieme, io non debbo scrivere e andiamo insieme nella cancha, a vedere ‘sto Boca.
Affare fatto.
Al circuito avevamo ingressi differenti. Il taxista mi salutò con la solita frase: ricordati che non è ancora nato un pilota all’altezza di Fangio.
Ci ritrovammo all’incirca quattro ore dopo. Schumi aveva fatto cose straordinarie in pista, compreso un duello rusticano con Coulthard. E aveva vinto. Dopo le interviste, al box della Ferrari saltò fuori un mega uovo di cioccolata.
E c’era il meccanico del sabato. Mi guardò con un ghigno, mi smosse l’altra clavicola con una manata bis e infine mormorò: Michael dice che ha avuto ragione chi non è tornato a casa in anticipo.
Fu una Pasqua indimenticabile.
Ps. Sugli spalti del Boca, quella notte, Hanibal prese atto che qualcosa stava cambiando. Infatti ad un certo punto mi indicò Maradona che stava in tribuna e si arrese: questo Schumacher, ammise, è il Diez della Formula Uno.
E di Fangio non parlò più.