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La ‘frusta magica’ dei Blur, ovvero: se esistono ancora le grandi band

the-magic-whipUn disco-enciclopedia, o un cono di gelato artigianale sul quale affastellare, con la connivenza del gelataio e il buonsenso del buongustaio, più gusti possibile. L’essenza di ‘The magic whips‘ (2015, Parlophone Records), il primo disco di inediti degli inglesi Blur dopo giusto una dozzina d’anni (‘Think Thank’, l’ultimo capitolo, è del 1993), è tutta qui.

In questo senso, mai più azzeccata fu una copertina. Quel cono di luci al neon, su sfondo nero, contornato da scritte in cinese, è ciò che nel paese del dragone dove – dicono le cronache – il disco è stato concepito, potrebbe idealmente rappresentarne l’ideogramma. Sullo sfondo c’è Hong Kong nel 2013, dove la band, riunita da poco ma ancora limitata a dei gran live, a un certo punto cercò una sala prove dove chiudersi per qualche giorno, prima di ripartire.

È da una porta socchiusa di quella sala che saranno entrati gli sfondi di chincaglieria digitale, i toni striduli e le cineserie ripetitive che geolocalizzano ineluttabilmente brani come ‘New world towers’, ‘Ice cream man’ o ‘Broadcast’, ma anche i pezzi più classici. E, a scanso di equivoci, di classici in questo album così atteso ce ne sono eccome: ‘Lonesome street’, non c’è ombra di dubbio, è un singolo dei migliori Blur. Così come ‘Go out': entrambi pari e dritti come ‘Song 2′, seppure contaminati, sullo sfondo, dai suoni dell’ex colonia cinese.

Il ritorno di fiamma tra Damon Albarn e Graham Coxon, le due menti della band che negli anni ’90 fu bandiera del britpop e si contese il mondo con gli Oasis in una sorta di scimmiottato, nuovo duello Beatles-Stones. Di quegli anni epici per la storia della musica contemporanea, ‘The magic whip’ riporta l’ansia crescente dei fan, l’aura di mistero che circonda le giornate delle vere star e una certa dose di cinismo artistico-discografico.

L’attesissimo album di inediti dei Blur era infatti stato annunciato nel 2013, poi smentito, ribadito, dimenticato, maledetto, ironizzato. Quindi è comparso all’improvviso, lo scorso febbraio, quando gran parte dei fan in tutto il mondo ormai si credevano presi per i fondelli. Casualità: da poco sono usciti anche i primi lavori solisti di Liam e Noel Gallagher.

Facile tornare nel trip del duello: se in quegli anni la band dei bellicosi fratelli vinse più volte sul campo, di quella contesa arriva oggi, con questo album un inequivocabile verdetto. Gli Oasis si trascinarono fino a disintegrarsi. I Blur, col senno di poi, furono più saggi: si sbatterono la porta in faccia in pieno britpop. Tornano ora, perfettamente presenti a se stessi, per nulla cristallizzati nel passato, a dimostrare che il tempo scorre e può servire, se il risultato è un disco così. E se dodici anni d’attesa son troppi, consoliamoci: nel frattempo Damon Albarn ci ha regalato i Gorillaz. Può piacere o meno, ma non son certo noccioline.