La nuova era di Matteo Renzi
Non saranno le foto con la playstation o quelle in mimetica a cambiare le cose. Gli strateghi della comunicazione renziana possono dar fondo alla fantasia, ma resta il fatto che la minoranza del Pd ha rialzato la testa e minaccia le riforme, i primi senatori formalizzano l’addio alla maggioranza e la sponda berlusconiana è ormai un lontano ricordo. Il parlamento rischia la paralisi, il governo lo stallo, a palazzo Madama si confida nel sostegno degli uomini di Denis Verdini. Occorre ripartire, dunque, ripartire dal partito. Due sono ora le possibilità. Che Matteo Renzi tiri dritto, travolga l’opposizione interna e riesca a dare forma, seppur di corsa, con forza calante e scontando una scissione a sinistra, al Partito democratico. Oppure che Matteo Renzi si avviti su se stesso, che la continua polemica con la sinistra interna e col sindacato ne logorino l’immagine imbrigliandone la capacità riformista e che la prova del governo in epoca di crisi non lo soccorra. Nel primo caso avrà avuto ragione lui. Nel secondo avrà avuto ragione chi all’inizio della sua cavalcata sfrenata sul terreno della politica nazionale gli suggeriva di fare le cose con ordine: prima il partito, poi il Paese. Un ordine logico, essendo il partito la fonte della forza del leader politico e l’architrave che in parlamento e nel Paese regge il governo del premier. Se non controlli in partito, non governi il Paese. Ma Renzi è un impulsivo. E in molti congiuravano, in quei mesi, per la nascita di un governo che fosse necessariamente stabile e al tempo stesso energico. Stabilità difficile, con un giovane neosegretario che scalpita alle spalle del presidente del Consiglio. Energia modesta, essendo allora premier Enrico Letta. Si capisce pertanto quante e quali forze spinsero il giovane e rampante vincitore delle primarie di partito a scalare con pari foga il governo. E a farlo subito. Bramando il trionfo del premier più della fatica del segretario, Matteo Renzi si scagliò dunque su Palazzo Chigi lasciandosi volentieri alle spalle il Nazareno. Operazione, col senno del poi, quantomeno ardita. Ne risulta che, per non soccombere, Renzi deve ora costruire un partito che gli assomigli. Ma deve farlo senza trascurare il governo, da cui in questa fase trae la sua maggior forza, a sua volta condizionato dalla minoranza del Pd. Operazione non facile, visti i tempi. Tony Blair ebbe due fortune: il lavoro sporco nel partito era stato avviato da chi l’aveva preceduto alla guida del Labour; quando si ritrovò al governo ebbe la fortuna di beneficiare di un’epoca economicamente feconda. Matteo Renzi non ha queste fortune. Se la crisi economica non si sblocca, il governo si indebolisce e la presa del premier sul Pd si allenta di conseguenza. Allora gli converrebbe lanciare la spugna denunciando l’ostracismo della sinistra interna, stilare liste elettorali di soli fedelissimi e avventurarsi in campagna elettorale. Se invece l’economia gli desse un po’ d’ossigeno, potrebbe andare avanti pensando di lavorare a entrambi: al partito e al governo. In ogni caso, si apre per il premier una stagione nuova. Matteo Renzi dovrà mediare, aprirsi, tollerare. Dovrà fare politica coinvolgendo. Il che, con tutta evidenza, sarà per lui un inedito assoluto.