La ferocia e Lagioia
Promette ferocia e la concede, il vincitore del Premio Strega 2015, Nicola Lagioia. Di ferocia, anzi, sono zeppe le sue quattrocento pagine. Ma attenzione al contesto: sono lontani i tempi della ‘bestia umana’ di Emile Zola, in cui l’odio germogliava nelle menti anonime della Parigi ottocentesca e scoppiava capitolo dopo capitolo, fino a distruggere tutto.
Il sangue di cui parla Lagioia, invece, è ciò di cui è intrisa l’Italia di oggi: molto meno appariscente, limpido fuori e marcio dentro, scorre silenzioso e scivola sempre in profondità.
E’ quello dei tumori allo stomaco, delle diossine sotterrate, di animali mutilati dallo scempio edilizio. Sangue versato per il potere, da chi per ottenerlo calpesta qualsiasi cosa. Sangue senza valore in alcuni casi: come quello l’incolpevole camionista che apre il libro perdendo una gamba, senza capire fino alla fine a che dea l’ha sacrificata.
C’è un carnefice, ci mancherebbe. Ce ne sono moltissimi, ma cercarli è roba da folli. Perché la responsabilità, nel XXI secolo, è una ragnatela di relazioni pericolose e conoscenze indecenti, di bottiglie stappate tra sconosciuti incravattati, corpi sacrificati al potere, mazzette travestite da consulenze e villette costruite davvero troppo vicino al mare.
E al centro di tutto c’è la famiglia. Quella di Vittorio Salvemini, prototipo del palazzinaro emerso dal nulla nei ruggenti anni ’70, che nel nulla ha ricacciato tutti i poteri precedenti. Quando arrivò a Bari, racconta il narratore, provò a sedurre il circolo più esclusivo della città. Non ci riuscì, e da quel momento in poi per tutta una vita i salotti esclusivi hanno provato inutilmente a chiamarlo a corte.
La famiglia Salvemini sta attraversando un momento difficile: Clara, la bellissima figlia, si è appena suicidata, e come se non bastasse la Procura della Repubblica ha deciso di mettere il naso su un villaggio turistico che forse, in quel paradiso del Gargano, proprio non sarebbe dovuto esserci. E’ in questo universo di tensioni e dolore che piomba il lettore, portato in scena da un narratore naturalista che permea tutto senza apparire mai. E si nasconde nei personaggi, nelle loro coscienze, sulle loro mani, così come negli oggetti, nelle stanze o subito fuori, tra le falene drogate in volo suicida verso le luci delle verande, gli insetti in fuga dai ragni e i feroci topi aggrediti da gatti domestici risvegliatisi predatori.
In un mondo così fatto, la temporalità non può essere un problema. Così ricordi e attualità si intrecciano continuamente: ci sono le telefonate di Vittorio, i suoi inizi ruggenti, la sua vecchiaia complicata. E poi i cantieri, le cene, gli affari, le infedeltà, le corruzioni. I sensi di colpa della moglie Annamaria, i ricordi di una Clara adolescente e poi donna, la sua morte, i suoi segreti. Ci sono le ambizioni di Ruggero, il primogenito oncologo di grido, le tensioni erotiche di Gioia, l’adolescente di famiglia, e su tutte la lucida pazzia di Michele, il figlio bastardo di Vittorio, accolto in casa appena nato col suo peccato originale.
La loro famiglia è il motore di tutto. Odiata e disprezzata, invidiata e corteggiata: tutto parla dei Salvemini in una Bari che, a proposito, che non ha nulla di folkloristico. Bella sì, reale pure, eppure così asettica e lontana che potrebbe essere Denver, Amsterdam o chissà dove. In questo scenario di pacatezza e vita che scorre su cui si innestano le storie di Michele e Clara. Il primo intaccabile e complicato, paziente psichiatrico, personaggio complesso, spina nel fianco di una famiglia che si vuole perfetta e per questo non lo ha mai accolto davvero. La seconda bellissima, irrequieta, radiosa, indispensabile e inevitabilmente morta.
Anche se, fin dal giorno del funerale, un account Twitter parla per lei, assurdamente al presente. Ma un senso c’è: così viva nei ricordi di centinaia di protagonisti, ricordi leciti o misteriosamente segreti, è Clara il catalizzatore di quella ferocia promessa dal titolo, e sarà il suo corpo – desiderato, brandito o martoriato – a orchestrare tutte le vicende umane dei Salvemini, la famiglia che non sa perdere e che non ha mai perso, nonostante adesso sembri vacillare. Se si salverà o meno, forse non è il caso di anticiparlo. Il prezzo da pagare, in entrambi i casi, è una ferocia che lascia stupefatti.