Se Villeneuve viaggia a batteria
Un Villeneuve che viaggia …a batteria, beh, storicamente è un controsenso.
Gilles, il capostipite, viene associato immediatamente alla epopea di motori potentissimi e rumorosissimi.
Ho già spiegato in questa sede cosa abbia rappresentato, per la mia generazione, il Villeneuve ferrarista.
Un qualcosa di irripetibile, non separabile dalle emozioni della adolescenza finale e della primissima giovinezza.
Ma ho un profondo rispetto per Jacques, il figlio.
L’ho visto arrivare in Formula Uno nel 1996. So quanto intimamente gli dispiacesse di non essere stato chiamato dalla Ferrari, sebbene in pubblico negasse qualunque rimpianto.
Lo so e sportivamente ho anche apprezzato l’accanimento con il quale ha lottato contro la Rossa di Schumi, fin quando ha avuto una monoposto competitiva.
E’ una bella cosa che ci sia quel cognome lì nell’albo d’oro della Formula Uno. E’ una bella cosa anche se quella domenica pomeriggio a Jerez, nel 1997, volentieri sarei sprofondato in una buca della Andalusia per non più riemergere.
Poi di Jacques sono diventato amico lavorando insieme a Sky.
E’ esattamente come lo vedete in tv o lo sentite in radio: spontaneo, diretto, schietto. Ovviamente esprime opinioni talvolta o spesso non condivisibili, ma è una mosca bianca nel paludato contesto dei Gran Premi, dove vige la regola deprimente del ‘politically correct’.
Inoltre gli invidio moltissimo le camicie che indossa, non ho capito dove le compri, se in una suburra di Montreal o in un quartiere a luci rosse di Soho.
Adesso Villeneuve junior torna in monoposto, appunto con una vettura di Formula E, il campionato ‘elettrico’. Io ancora non ho ben capito quale sia il futuro della categoria, però farò indiscutibilmente il tifo per lui.
A patto che mi dica dove acquista quelle incredibili casacche.