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Il mio Ferrari

E’ giusto, nonchè inevitabile, che a ogni ricorrenza dell’addio venga celebrato Enzo Ferrari.

Io ho avuto modo di conoscerlo quando già era un uomo molto anziano, molto provato dalle fatiche della vita.

So che mi voleva bene e me lo ha dimostrato, con gesti troppo privati per essere rammentati in questa sede.

A me colpiva, paradossalmente, la vulnerabilità del Personaggio.

Ferrari è stato uno dei più grandi italiani del Novecento. Ne era consapevole.

Eppure, ancora nelle ultime righe di una autobiografia più volte ritoccata, ci tenne a precisare che, se gli fosse stata offerta l’opportunità di ricominciare da capo, avrebbe rifiutato.

Aveva sofferto troppo e quel titolo che diede, già all’alba degli anni Sessanta o giù di lì, a un suo libro, ‘Le mie gioie terribili’, esprimeva il senso di una umanità che, forse, in tanti non hanno mai compreso.

Io, nella mia adolescenza, l’ho amato come un Simbolo, un Totem, una Divinità.

Quando me lo presentarono, mi tremavano le gambe. Probabilmente se ne accorse, perchè abbassò gli occhiali scuri, mi guardò dritto nelle pupille e mi disse: sa che alla sua età (avevo vent’anni o poco più) io sognavo di fare quello che fa lei adesso?

Beh, magari mi prendeva in giro.

Quando sento raccontare, sempre giustamente, che oggi si ribellerebbe alla realtà dell’automobilismo moderno, ecco, io sospetto ci sia un equivoco.

Ferrari era un uomo del suo tempo. E sottolineo suo. Un eroe del Novecento, figlio di una mentalità ottocentesca. Era cresciuto, per dire, nel mito del Risorgimento. Io lo adoravo anche per questo. Ma chi mai, nel 2015, riflette sul valore di Mazzini o Garibaldi o Cavour o Vittorio Emanuele II? Meglio ancora: chi, passando di qui, saprebbe raccontarmi qualcosa sulle figure epiche che ho citato, non spulciando Wikipedia, ma per propria cultura coltivata e sviluppata?

Ma non importa.

Ferrari non amerebbe la Formula Uno del 2015 perchè non voleva ricominciare, non voleva vivere il futuro. Gli bastava il passato, che parlava per lui. Gli bastava il presente: uno che alle soglie della morte si inventa Gilles e scommette su Alboreto, era un gigante.

Tra grandezze e miserie, tra debolezze e magie, tra sconfitte e vittorie.

Non cerco in lui un punto di riferimento per le corse di oggi. Credo non apprezzerebbe il tentativo di attribuirgli opinioni su questo e su quello. Non gli interessavano i contemporanei, figuriamoci i successori.

Quando mi guardo intorno, non vedo eredi. O meglio: c’è un tizio, nella F1 di oggi, che alla lontana gli somiglia per esagerazioni, intuizioni geniali, esternazioni improvvide, lampi di creativa follia.

Ma se ne scrivessi il nome e il cognome qui e ora, giustamente mi prendereste per matto.