Quel messaggio di impunità nella Capitale
BASTAVA dare un’occhiata al funerale di Casamonica per comprendere quanto possa essere veicolabile un messaggio mafioso, o ad esso vicino, durante la funzione. Questo accade oggi, nel 2015 in Italia. Un Paese che non ha ancora imparato a impedire certi fenomeni. Si è lanciato un vergognoso messaggio di sfida allo Stato, che, come ormai di abitudine, ha chinato il capo e incassato il colpo. Giovy, ilgiorno.it
SEI CAVALLI NERI che trascinano una carrozza, una Rolls Royce per trasportare la bara mentre da un elicottero scendono petali sulle note di «2001 Odissea nello spazio». Le immagini del funerale di Vittorio Casamonica lasciano effettivamente poco spazio all’immaginazione e restituiscono il racconto fedele di una città parallela a quella raccontata ogni giorno sugli organi di informazione, una metropoli dove il controllo territoriale dei clan non ha più bisogno di nascondersi nell’ombra, ma può essere mostrato pubblicamente senza pudore e con ostentazione. Perché Vittorio Casamonica non era semplicemente un uomo di 65 anni che ha perso la vita, ma un «Re di Roma», che meritava saluti solenni. Insomma un funerale-show che si è trasformato in una figuraccia mondiale. E adesso appare incomprensibile come sia potuto accadere un evento del genere. Un fenomeno all’apparenza di folclore, che in realtà è un messaggio chiaro di impunità da parte dei clan: comandiamo noi. Nella Capitale d’Italia. laura.fasano@ilgiorno.net