Buon Natale con Alboreto e Hakkinen
Prima di procedere con la decima fila della Griglia F1 1975-2015, beh, concedetemi di essere banale.
Ringrazio chiunque sia passato di qua, anche una volta sola. Chiunque abbia scritto e chiunque si sia limitato a leggere. Mi è già capitato di spiegare come questo Clog, come lo chiama mia madre, si sia trasformato in una specie di elisir della giovinezza ritrovata. A tutti, insieme agli scontatissimi auguri di Buon Natale, dedico il pezzo che in una notte di Adelaide la formidabile Tina Turner intonò in onore di Ayrton.
You’re simply the best.
Per me, siete i migliori.
E adesso, la decima fila.
MICHELE ALBORETO.
Era il 1993. Il Vecchio era morto da cinque anni. Stavamo in Ungheria. Michele era ormai uscito dal giro dei top team, ma correva ancora. Andai a cercarlo. Gli dissi: senti, tu secondo me sei l’unico che può raccontarmi l’ultimo Ferrari. Mettiti a sedere, mi rispose. Parlò per due ore. Una conversazione bellissima.
Del resto, Michele era una bellissima persona. Non starò qui a ribadire che ha ottenuto meno di quanto meritasse, in pista. Ne sono assolutamente certo. Era veloce, competitivo, capiva di macchine. Quando furoreggiava con una Tyrrell, ero un giovanotto. Mi vennero ad annunciare che il Drake stravedeva per lui e che lo avrebbe voluto subito al posto di Gilles ma l’operazione era stata necessariamente rinviata alla fine del 1983.
E alla fine del 1983 mi mandano in un piccolo cinema di Maranello, allora si facevano ancora cose a portata d’uomo, in F1. Eravamo sotto Natale, come adesso. La Ferrari congedava Tambay e presentava ai tifosi Alboreto. Lui, Michele, andò sul podio e disse: sono felice, realizzo il sogno della mia vita, ma mi dispiace per Patrick e in questo non c’entra nulla Arnoux, con il quale sarò fiero di collaborare.
Alboreto era così. Aveva l’animo nobile dei cavalieri antichi e non lo scrivo perchè il destino l’ha portato via. Morì che stavo in gita di quinta elementare con mia figlia, squillò il cellulare e mi cascò il mondo sulla testa. C’è in me una irriducibile tendenza a rifiutare l’irreparabile, in qualunque contesto, a qualsiasi livello, non parlo solo di piloti.
E’ stupido, lo so. Ma meglio andarsene da stupido che da coglione che immagina di sapersi spiegare tutto.
MIKA HAKKINEN.
Ecco, forse qui sto un po’ basso nella valutazione, magari questo finlandese meritava di stare più su, ma insomma, è sempre questione di pareri. Un po’ mi sento anche in colpa, perchè a me Mika piaceva già quando guidava la Lotus e poi ricordo la sua faccia devastata dopo uno schianto terribile in Australia, la rinascita, la conquista di una leadership non facilissima in un team come la McLaren di allora. E ancora è suo il sorpasso più grande per quanto valga la mia testimonianza oculare, eccetera. Spa 2000 e ci siamo capiti.
Non solo. Hakkinen è stato il rivale più degno di Schumi prima che si materializzassero i Raikkonen e gli Alonso. Inoltre non l’ho mai visto compiere una porcata, aveva un senso della lealtà che forse lassù tra le renne si abituano a frequentare insieme alla vodka.
Facciamo che, pur ammirandolo tanto, lo colloco in decima fila perchè ho la presunzione di considerare diciannove ‘manici’ più tosti di lui. E forse mi brucia vagamente il fatto che si sia ritirato troppo presto, per il talento che ancora aveva. Ulteriore pezza d’appoggio per il mio errore: onestamente, fece un po’ troppa fatica a vincere il titolo del 1999. Io stravedevo per Irvine per affinità culturali (guarda come sono elegante, eh), però non è che Eddie fosse un fuoriclasse conclamato.
Buon Natale di nuovo. Ci si legge più in là.