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40 anni di F1, in nona fila Clay e Villeneuve jr

CLAY REGAZZONI

Eravamo in macchina con papà. La radio disse che un certo Regazzoni aveva vinto il Gran Premio di Monza guidando una Ferrari. 1970, avevo dieci anni. Mio padre di automobilismo ne sapeva pochino e infatti disse: toh, un italiano!

Mi ci volle un po’ per comprendere che invece Clay era Svizzero del Ticino. E ancora più anni per diventarne amico. Lui purtroppo stava già su una carrozzella, conseguenza di un incidente assurdo con una Ensign. Ma per la verità io l’avevo conosciuto quando ancora stava dritto. Era l’inizio del 1977 e Clay venne ospite in una discoteca della mia terra, l’Otto Club. Avevo 17 anni, anzi un filo meno. Facevo già stupidaggini giornalistiche, c’era una tv locale. Mi avvicinai, chiesi di parlargli, lui fu gentilissimo con questo minorenne senza un filo di barba. Era furibondo, Regazzoni, con il Vecchio di Maranello, che l’aveva messo a piedi pro Reutemann e comunque, sosteneva Clay, sempre si era schierato dalla parte di Lauda.

E insomma. Scivolò via il tempo, arrivò la sventura, lui non camminava più. Ci ritrovammo per cose televisive più importanti e sempre scattava tra noi la molla della simpatia. Mi vedeva e da lontano si metteva a gridare, scimmiottando la parlata modenese, ‘Turein, Turein, vieni ben qua!’.

Gli ho voluto un bene dell’anima. Non ho elementi per sostenere che nel 1974 Montezemolo, allora ds, gli fece perdere un mondiale per stare con Niki e ogni supposizione in merito è lecita. Di sicuro il destino aveva accentuato le amarezze di Clay e non faticavo a intuirne il dolore, sempre mascherato dietro un sorriso.

E’ vero che una sera mi disse che Schumi, all’epoca al top del top, non sarebbe mai arrivato tra i primi dieci di un Gp se avesse corso nei fantastici e terribili Seventies. Inoltre è verissimo che Regazzoni è il primo pilota nella storia ad aver vinto un Gran Premio guidando una Williams e anche queste sono corse che contano, se uno ha la sensibilità per mettere in fila i pezzi di una vita.

E’ morto guidando e quando mi hanno avvisato stavo andando a casa di Papa Luciani per una conferenza. Ho pianto per duecento chilometri, la strada che mancava. Perché già mi mancava lui.

 

JACQUES VILLENEUVE

E va bene.

Dopo quel mondiale, niente. La sensazione di una carriera sprecata inseguendo dollari facili, tra chimere e mezze scempiaggini.  Quasi ad avvalorare il sospetto che tutto dipendesse da un cognome magico, da una aspettativa che alimentava una suggestione, eccetera.

Però, aspetta.

Vedi, a Jerez io nel 1997 c’ero. Credo di essere invecchiato dieci anni in un week end e comunque non importa, bisogna appartenere ad una certa generazione per afferrare cosa rappresentò quel fine settimana, la Ferrari che perdeva da diciotto anni, venti milioni di telespettatori sintonizzati sulla Rai alle due del pomeriggio, Jody Scheckter con me nel box, là in Andalusia….

Sai, io c’ero.

Era tremendo, a livello emotivo, che potesse essere esattamente il figlio di Gilles a fotterci il sogno. Era terribile, ma ci stava. Anzi, uno sceneggiatore hollywoodiano non l’avrebbe pensata meglio. Mica per niente il 1997 è forse l’ultimo momento (insieme al 1999 e al 2000) di una Formula Uno che era un romanzo popolare pazzesco, qualcosa che ti pigliava allo stomaco anche se non avevi uno iota di passione per un motore o un telaio.

E siccome io c’ero, senti qua.

Dopo l’ultimo pit stop, il mondiale era finito, la corsa chiusa. Avevano vinto Schumi e la Rossa. Punto, ciao, a casa, grazie, ti amo.

Invece. Invece, a gomme fredde, per pochissimi giri, Jacques si è ricordato di essere il figlio di Gilles. Ha fatto qualcosa di assurdo, da un punto di vista logico. Assurda fu anche la staccata per il sorpasso. Ho sempre pensato che se il tedesco avesse alzato delicatamente il piede, beh, il canadese sarebbe andato dritto.

Ma il fantasma del Villeneuve antico si era materializzato e a Michael andò in pappa il cervello. Aveva visto arrivare l’Incredibile nello specchietto retrovisore, il marito di Corinna. E perse la testa.

Jacques in questa lista merita di starci, anche se quella domenica là mi fece incazzare come una bestia.