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Sakhir, quando la F1 scoprì il deserto

Andai per la prima volta tra le dune di Sakhir nel remoto 2004.

Il Bahrein è separato dalla Arabia Saudita giusto da un lungo ponte.

Il giovedì sera mi accorsi che a Manama, la capitale dello stato che ci ospitava, si presentavano dozzine e dozzine di lussuose limousine.

Ne scendevano sceicchi a grappoli.

Ah, che bello, mi dissi. Tutti affascinati dal carisma delle Rosse. Tutti qui per il Gran Premio.

In effetti erano lì sì per le Rosse, ma intese come sfavillanti puttanoni di origine europea, cui in Arabia Saudita rigorosissime leggi vietavano l’accesso.

E infatti al circuito c’eravamo solo io e pochi fanatici del motore.

Venne un po’ più di gente la domenica, ma erano soprattutto marine Usa, di stanza in zona, per terribili faccende belliche.

Ora non starò qui a farla tanto lunga, le mie opinioni sulla globalizzazione applicata all’automobilismo e non solo sono note. Ho sempre avuto l’impressione che alla popolazione locale del Gran Premio freghi meno di zero e buonanotte suonatori.

Comunque la prima edizione nel deserto coincise con una delle tante vittorie di Schumi con la Rossa, da non confondere con una ospite dei munitissimi bordelli locali.

Poi mi viene in mente il 2005, perchè eravamo lì quando arrivò la notizia della scomparsa di Giovanni Paolo II.

E ancora il 2010, la prima volta di Alonso in Ferrari e il ritorno, già vagamente malinconico, di Schumi con la Mercedes.

Da questa edizione 2016 non so bene cosa aspettarmi.

La tragicomica menata delle qualifiche verrà ripetuta. Immagino con quale pathos i beduini del posto si accingano a godersi lo spettacolo.

Credo che la Mercedes sia di nuovo favorita.

Vettel e Raikkonen dovranno stare molto attenti alla affidabilità, non è detto che temperature più alte siano una garanzia per la Sf 16 H(ai visto mai).

Comunque, avremo modo di riparlarne.